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Dodicesimo disco della regina del pop australiana. Dopo la débâcle Aphrodite, Kylie Minogue decide di cambiare rotta e di unirsi alla Roc Nation di Jay Z, aggiungendo per la registrazione i produttori norvegesi Stargate (quelli di Ne-Yo, Beyoncé e Rihanna, per dirne tre), will.i.am., Darkchild (produttore di Justin Bieber, The Black Eyed Peas e molti altri), Brooke Candy (la rapper americana che si vede nel video di Grimes, Genesis), MNDR e pure Enrique Iglesias. In più anche una punta mainstream bass (la collaborazione con la cantante e compositrice australiana Sia Furler, che fa pure da executive producer), e la manina produttiva di Ariel Rechtshaid (We Are Scientists, Sky Ferreira, Major Lazer, Charli XCX e Grammy per la produzione di Modern Vampires of the City dei Vampire Weekend).

Kylie si ripara in copertina dietro un vetro con le gocce che scendono e oggi – che ha quasi raggiunto i 46 anni – non può che utilizzare come scudo antirughe questo muro di produttori e makers del suono now. Le canzoni in parte funzionano (Feels So Good, I Was Gonna Cancel, Sexy Love fanno il loro lavoro, esaltando la voce pop della cantante), in parte sono un po’ troppo influenzate dal “pompaggio” EDM americano (Sexercize) e da un “vocoderismo” (Les Sex) mescolato con l’autotuning che non esalta più (Million Miles). 

Il risultato è un tentativo di riciclaggio di un’immagine iconica distante anni luce da Can’t Get You Out Of My Head, che trasforma la cantante in un manichino pop perfetto. Kylie Minogue è il nuovo cyborg, la voce dentro il robot, il mezzo senza il messaggio. A differenza di Madonna e Lady Gaga, che restano sempre e comunque corpi, Kylie si trasforma in una farfalla sempre più virtuale. In questo senso, questo disco vale la pena di essere ascoltato. Kiss Me Once rappresenta l’unica possibile rinascita di Kylie, decadente regina spodestata del pop.

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