Recensioni

I La Roux erano Elly Jackson e Ben Langmaid, un duo che ha costruito una buona fetta del sound pop post-millennial. Dopo il successo dell’esordio omonimo, galvanizzato da otto milioni di copie vendute, due candidature ai Grammy (di cui uno vinto per il Best Electronic/Dance Album) e da un remix di Skream per il singolo d’apertura In For The Kill, Ben se ne va nel marzo 2012 e inizia a lavorare con Kanye West. Pazzo? Il produttore ha rivelato che la ragione per cui ha lasciato Elly (e per cui non le parla da due anni) è stata la presenza nel gruppo di Ian Sherwin (l’ingegnere del suono che ha lavorato anche all’ultimo disco dei My Bloody Valentine), che il Nostro ha bollato come “idiota”. Il solito litigio fra primedonne galvanizzato pure dalla scomparsa della Jackson dai palchi. La cantante e musa pop aveva vissuto in maniera negativa lo stardom, tanto che il successo le aveva causato attacchi di ansia e sedute psicanalitiche, e quindi negato l’accesso alle esibizioni dal vivo per mancanza di voce. Quella voce un po’ roca che è il suo marchio di fabbrica.
Anche se cinque delle nove canzoni sono state scritte da Jackson e Langmaid, la distanza dall’esordio si nota nei riferimenti e nella loro traduzione nell’arrangimento/produzione. Non più semplice pop ultrapatinato e pulito, bensì voglia di ricordo ’80 più caldo, magari con qualche sbirciata anche ai tardi ’70. Vedi ad esempio l’iniziale riferimento alle chitarre (e al look) di Let’s Dance di David Bowie o al dancehall londinese in Tropical Chancer. In più, riferimenti alle Bananarama (Kiss And Not Tell), Kate Bush (The Feeling) e a una retrofilia non fine a se stessa. I singoli più interessanti sono la già ricordata Uptight Downtown (con un richiamo nemmeno troppo nascosto alle Brixton riots del 2011) e la stupenda ballad Let Me Down Gently. Il resto fila via che è un piacere, ma il ripiegarsi in una rilettura degli anni ’80 fa capire che se l’esordio non aveva ancora risentito degli effetti della crisi ed era in sostanza un album propositivo votato al ballo, qui il tempo inizia a mordere.
Dopo tutti gli alti e bassi, dalla Jackson non potevamo che aspettarci un disco riflessivo, malinconico e più intimo, meno pronto per il remix, più da ascolto. Un disco che cresce rispetto al precedente dal punto di vista dell’introspezione, che va più indietro per i riferimenti, proponendo un classico cocooning diaristico. Ciò non deve spaventare, perché lo fa con un’onestà e con un trasporto unici. Niente di lezioso o di troppo patinato.
Alle volte anche il pop può essere un “affaire” molto serio. La Roux lo testimonia con una delle migliori prove di genere dell’anno. Bentornata.
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