• ott
    21
    2016

Album

Interscope Records

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Che gli eventi vadano in circolo e il tempo e la storia si ripetano, sembra cosa certa. Lady Gaga, per esempio, è una che in anni di grazia (2008-2009-2010) è riuscita nell’impresa di scrivere il ritratto pop di una società che aveva bisogno di guardare in faccia, se volete di personificare, i propri mostri. Paparazzi, Bad Romance, ecc…erano gemme di perfezione pop, perfettamente in sincrono, anzi probabilmente formative (come il pop dovrebbe essere) della cultura di quegli anni. Ciò che però succede a pop-star$ di questo calibro è molto spesso la paura di sentirsi perse. Essendo il pop mainstream un ambiente così cangiante, pieno di sfumature, strettamente legato ai vizi e alle virtù dei tee-something con e senza smartphone, il pacchetto-cultura che una star propone rischia puntualmente di passare in secondo piano. Gaga, come molte prima di lei (Madonna, Katy Perry, Chrissie Hynde, per dirne alcune), ha trovato la sua immagine (immagine, badate bene, prima che musica) fuori dal tempo e difficilmente recuperabile in uno dei tanti travestimenti firmati Alexander McQueen che la hanno camuffata per tutta la sua carriera.

Artpop, in questo senso, ha rappresentato il vero spartiacque, il momento in cui (dati alla mano, grazie a vendite non all’altezza) la allora quasi trentenne di origini italiane si è resa conto che occorreva tornare alla terra, tornare al sincero, all’onesto, svestirsi delle maschere, smontare il freak show per ritrovare un’anima genuina. D’altronde, parliamoci chiaro, a differenza di tanta robaccia che si è sentita in giro, Gaga può contare su due cose che la definiscono meglio di ogni altra: una voce riconoscibilissima e non indifferente (spesso nascosta da funzionali autotune) e, soprattutto, una vena da songwriter lodabile. Forse proprio per quest’ultimo punto si può giustificare, in questo nuovo lavoro, la svolta americana. Se ci pensate, è un po’ quel che è successo a Madonna ai tempi di Music, solo che qui Gaga ha qualche colpo in canna in più da sparare. A partire dalla produzione affidata a Mark Ronson, Re Mida del pop mainstream che qui, se non altro, rispetta le scelte programmatiche di Joanne, ovvero proporre un songwriting di tradizione, fatto di chitarre, voci animose e un folk di tutto rispetto. La title track Joanna, in questo senso, ne è l’esempio principe e, nonostante possa suonare un po’ mielosa la dedica alla zia deceduta prima della nascita della signora Germanotta, funziona piuttosto bene. Million Reasons, sulla stessa linea, è una ballad tutta voce e piano che potrebbe essere dedicata alla recente separazione dal promesso sposo Taylor Kinney («Every heartbreak makes it harder to keep the faith»). O ancora Sinner’s Prayer, con la collaborazione di Father John Misty, è un altro brano di chiara derivazione americana, che, però fallisce nell’intento risultando piatto e poco ispirato.

Fra le tante, forse troppe, cose che non vanno in questo Joanne, c’è sicuramente un singolare uso dei collaboratori: con una lista così (molti di essi provenienti dal mondo indie), il disco poteva risultare solo un successo, e invece Dancin’ in Circle feat. Beck è tutto quello che una collaborazione con l’autore di Sea Change avrebbe dovuto evitare: specialmente in un album di ispirazione folk, ci saremmo aspettati un brano più intimo, magari con un pizzico di follia, non certo l’ennesimo pezzo sulla masturbazione femminile. L’apertura Diamond Heart con la collaborazione di Josh Homme è traumatizzante: il brano è probabilmente quello più simile alla “vecchia” Gaga, ma ovviamente non ne conserva la stessa potenza; a un primo ascolto è l’ennesima collaborazione sprecata (ma dategli tempo). Stessa cosa si potrebbe dire per quel Perfect Illusion, che, non solo avrebbe potuto servirsi delle derive psichedeliche del collaboratore Kevin Parker (Tame Impala), ma, nel suo essere terribilmente radiofonico, manca anche di mordente ed è di gran lunga il peggior brano del disco.

Non tutte le collaborazioni sono però da buttare: Hey Girl feat. Florence Welch è una delicatissima 80s pop song ispirata ad Elton John (Bennie and The Jets, nello specifico), in cui le voci di Gaga e Florence si fondono alla perfezione sui riff di synth. Ci sono infine A-YO, John Wayne, Angel Down che incarnano la vera anima del disco, un trittico di canzoni in grado di farci dimenticare le sciarade circensi del passato: A-YO, seppur troppo à la Taylor Swift, è la deriva più appetibile (leggasi commerciale, se ce ne fosse bisogno), John Wayne quella che farà impazzire i crossover fan di Gaga (un brano rock che nel ritornello sfocia in qualcosa che ricorda i Garbage) ed infine Angel Down, il brano politicamente impegnato (dedicato al movimento Black Lives Matter) che definisce la ballad del disco per eccellenza e dà un senso all’intera operazione di recupero del folk.

C’è tanto, forse troppo di cui parlare in questo Joanne. Era chiaro che Gaga avesse tanto da scrollarsi di dosso e, da brava artista pop, è riuscita a metter il meglio nei singoli episodi tralasciando però il fatto che un album deve essere un’opera autosufficiente. Lady Gaga è uscita dal pantano in cui rischiava di rimanere incastrata ai tempi di Artpop, ma non ha ancora le idee sufficientemente chiare per creare un’unica opera programmatica. Ci mancherà l’immaginario camp e tutto il resto, ma se c’era un modo per uscirne, questo Joanne rappresenta l’ipotesi migliore.

27 ottobre 2016
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