• giu
    16
    2014

Album

Interscope Records

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Incipit. “Le avventure di un giovane i cui principali interessi sono lo stupro, l’ultra-violenza e Beethoven”. (da Arancia Meccanica di Anthony Burgess)

Riassunto delle puntate precedenti. Mrs. Grant si afferma alcuni anni fa, cavalcando l’onda dell’hipsterismo mainstream, per cui basta avere la coroncina di fiori e l’aria annoiata/riluttante alla Marla Singer per essere cool; lo fa appoggiandosi (ebbene sì) anche alla musica: una musica che racconta storie languide di vita urbana, di amori e di uomini trattati a bastonate dalla tosta dal cuore tenero Del Rey; una musica che, abbagliata dal retro-pop 50s (?) o 90s (?), punta(va) su piccole scie elettroniche, su una ritmica corposa e riverberata e, soprattutto, sulla forza catartica e catalizzante dei suoi anthem. E le radio, ben più che le ragazzine, ci sono cascate. Poi, sempre per la serie “il mainstream che ha bisogno di indiezzarsi“, anche la Del Rey (come già Adele, Beyoncé, Kanye & tutto il gruppo, Diplo & tutta la combriccola e, molto probabilmente, dal prossimo album, anche Madonna) ha pensato bene di portare dentro una figura dell’upside mondo parallelo e complementare: Dan Auerbach dei Black Keys. Il chitarrista dell’Ohio si è fatto trascinare nel progetto del nuovo disco della Del Rey in qualità di produttore, con il fine di “chitarrare” e rendere più graffiante il sound mieloso-cuoricini-e-bollicine del precedente Born To Die. Il punto è che il buon Auerbach è stato chiamato dentro a disco bello e finito, quando il suo lavoro poteva limitarsi solo alla tappezzeria.

Intermezzo. Due lati della promozione di UV. Uno, il visual. Lana Del Rey, prima di arrivare ad un album potenzialmente indirizzato a una fetta se possibile ancora più ampia di fan, è passata attraverso la felice esperienza del visivo. Da sempre la cantante newyorchese ci ha abituati (deliziati? torturati?) con una varietà di stili (di look, di palco, di Twitter) che sono diventati iconici. Ma la vera sorpresa è stato il corto Tropico, lanciato a dicembre forse un po’ per creare aspettativa su Ultraviolence. Neon, colori accesi e strane storie mitologico-religiose sono sembrati onesti risultati di un sentire comune che sulle coste occidentali e orientali degli USA sembra andare per la maggiore (leggere alla voce Spring Breakers, che, di certo, a uno come Lynch, regista del seminale Mulholland Drive e fan della Grant, deve un bel po’). Due, il cattivo gusto. Quello che, a pochi giorni dall’uscita del disco, le ha fatto confessare ai media che Brooklyn Baby doveva essere cantata con Lou Reed praticamente il giorno della sua morte. Non una mossa onorevole, diciamolo. Eppure ci abbiamo tutti un po’ creduto o sperato. Abbiamo quasi apprezzato il singolo West Coast: un up-tempo metropolitano che all’inizio ricorda Disintegration, poi il garage in versione intimista di qualcosa intorno a Jack White: la voce non più annoiata – che nel bridge ricorda quasi la sua gemella buona Florence Welch – risalta sul delay dell’elettrica.

Svolgimento. La narrativa che sta alla base di Ultraviolence è già stata esposta in Born To Die e nelle frequenti interviste: non c’è femminismo o neo-f. (come in Beyoncé), non c’è finta trasgressione (come nella Cyrus) e non c’è nemmeno voglia di aggiornarsi e rimettersi in carreggiata (come in Katy Perry e Lady Gaga). La Del Rey di Ultraviolence ragiona (o vuole ragionare) come una gangster in tailleur, come una Nancy Sinatra con i denti di ferro e i tatuaggi sul braccio. Ed ecco dunque: “I’m a sad girl/I’m a bad girl” in Sad Girl, “He hit me and it felt like a kiss” nella title-track e il poetico manifesto del disco “I want Money Power Glory“; per non parlare di Fucked Me Way Up To The Top (“I’m a dragon, you’re a whore“), in cui sembra prendersi in giro da sola o Guns And Roses, punto di non ritorno del “tamarrismo”, in cui fra “Heavy Metal […] You were so much better then the rest of them” e “He loved Guns & Roses“, Lana dà veramente il meglio di sè.

L’album è effettivamente più “chitarroso” di Born To Die. Epurato qualsiasi salto nell'”elettronichina”, Auerbach pare si sia voluto concentrare sull’insieme delle quindici canzoni, più che affondare col coltello blueseggiante nelle singole, come ci si sarebbe aspettato. Il suo lavoro si limita a rendere più profondi i suoni, a regalare dei poco memorabili assoli di chitarra, a far suonare la batteria più secca, togliendo quei bellissimi riverberi del precedente disco. L’apertura, affidata a Cruel World – che col titolo e la durata (quasi sei minuti) sembra richiamare ancora i Cure -, è un songwriting equilibrato, quasi rurale, con le chitarre che sembrano quelle dei Mazzy Star e la voce biascicata (e quasi stonata) che fa pensare a Nico. Ci illude ancora. Ci illudono le successive Ultraviolence e Brooklyn Baby, l’una che vuole ricalcare gli anthem del disco precedente (riuscendoci in parte), l’altra che si prende gioco degli hipsterismi newyorchesi con Lou Reed nelle corde e un aplomb 60s che quasi la salva. Shades Of Cool segna, invece, il solco che seguiranno le successive canzoni del disco. Un solco all’insegna della non contemporaneità, della solita languidezza senza speranze, dello pseudo-jazz, female-diva orchestrale: il tutto contribuisce a rendere Ultraviolence decisamente meno attuale di Born To Die. La Del Rey si è schierata e ha detto di preferire il neoclassico alla sperimentazione, il patinato e laccato al groviglio, la tradizione all’avanguardia. Sì, forse in questo disco c’è più musica suonata rispetto al precedente, c’è più consapevolezza e, sicuramente, meno spocchia, ma la corona e lo scettro del video di Born To Die giacciono ai piedi di un revival di cui nessuno sentiva veramente il bisogno. Ascoltare Pretty When You Cry, Fucked My Way Up To The Top, Old Money, ecc. per intero sembra davvero un’impresa.

Epilogo. L’impressione è che Lana sia caduta nella trappola del suo peggior difetto: quello di risultare estremamente noiosa, al di là del gusto personale che può far odiare o amare il suo stile canoro. Lo è fin troppo in Ultraviolence, perché si impegna ad essere diva in bianco e nero; s’impegna a ringiovanire l’age d’or dei locali fumosi, si re-ispira a Blue Velvet di Lynch, si fa contaminare dal finto-gotico dei colossal d’animazione come Maleficent (in cui canta una canzone della Bella Addormentata Nel Bosco), si illumina di beat e post-beat generation senza sfogliare mai una pagina di Ginsberg, si porta dietro il rumore dei party in declino a bordo piscina, poco prima di assistere alla fine de Il Grande Gatsby con Young & Beautiful. A poco vale una preziosa Florida Kilos, scritta insieme ad Harmony Korine, che avrebbe potuto far svoltare il disco verso un malumore esistenziale più schizoide, grottesco e tossico. Ultraviolence rimane orgogliosamente in contro-tendenza rispetto a tutto, ma è un controtendenza che fa fatica ad appartenere a qualcuno. Perlomeno sul piano musicale.

17 giugno 2014
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