• ott
    06
    2017

Album

Warner Bros. Records

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Il Liam Gallagher solista sarebbe tranquillamente potuto passare alla storia per il Mark Kozelek del brit pop (via Twitter naturalmente) se solo il motormouth che sta dietro il faccione che campa iconico nel debut album si ponesse anche soltanto il dubbio che tutta questa facciata da ultimo-bardo-del-rock-novecentesco è – non proprio patetica ma – di sicuro totalmente autoreferenziale (e non certo da uno o due annetti a questa parte). I Beady Eye erano una band che ha provato a continuare nel solco degli ultimi Oasis, anche perché di fatto al netto del dimissionario paroliere fratello coltello maggiore Noel, quelli ne erano proprio i restanti componenti. Posto il fatto che in due album – Different Gear, Still Speeding e BE – il gruppo non ha affatto lasciato il segno ma neppure regalato la ghigliottina ai propri detrattori, soprattutto per un discorso d’esperienza e produttori (vedi un bravo Dave Sitek dei TV On The Radio che in BE ha spezzato la linea dell’autocitazionismo), il primo vero e proprio album a firma Liam Gallagher ne è innanzitutto l’inevitabile rebranding, nonché l’ultima chance per il suo ambizioso protagonista.

Sfrontato e spavaldo quanto si voglia in pubblico, Liam – che non lo scriverà mai in un post su Twitter – i 140 caratteri sulla concretezza dei propri limiti li ha sempre conservati nel taschino. E’ già scritto che i fratelli, una volta smessa la farsa mediatica, torneranno a suonare assieme per un tour milionario, ormai lo sappiamo, possibile che una canzone o due Noel le abbia conservate per quel momento, chissà. Nel frattempo, tocca sopportarci le capriole di chi non cascherà mai con la faccia a terra, ma che davvero non ha nulla da comunicare (se non l’orgoglio). Ci siamo dovuti sorbire ben 12 mesi di battage promozionale per questo As You Were che è quello che è, e che non poteva essere altrimenti: la voce e le melodie di Gallagher sopra un canzoniere a velocità alternata tra rock e ballad, tirato a lucido col bi-turbo, imburrato dal lato della scrittura come da quello della produzione.

Che soltanto la metà dei brani di questo debut portino la sua sola firma e che questi non siano né il singolo traino né l’episodio più peculiare in scaletta (Chinatown, firmata dai soli Wyatt e Tighe), già potrebbe chiudere il discorso. Ma va senz’altro detto di più. Wall Of Glass, il lead single che più convincerà i vecchi come i nuovi fan dell’uomo, presenta ben quattro firme in co-writing accanto alla sua: c’è lo stesso produttore di tre dei brani sul piatto Greg Kurstin (in curriculum Sia, Beck, Adele Pink e soprattutto, per fare i paralleli, l’ultimo Foo Fighters), c’è Andrew Wyatt dei Miike Snow (che dà una grossa mano anche in altre tracce), c’è il suo amico e compagno di band negli A.M. Michael Tighe che si è fatto le ossa con Jeff Buckley nei 90s scrivendo assieme al compianto un pezzo dell’iconico Grace, ed infine c’è tale Andrew Sidney Fox che accreditato in scrittura ha soltanto questo brano. E non indaghiamo oltre. Come minimo doveva saltar fuori un singolo radiofonico a prova di bomba (più che bomba e basta) e così è: attacco boogie tintinnante di chitarre come inciso sulle origini dell’uomo, bridge zuccheroso FM friendly che si frappone a folate di chitarre ad accesso controllato, il tutto infiocchettato da una produzione elettronica, a partire dal trattamento sulla batteria, riscaldata da coriste soul e da una armonica a bocca. Che dire. Non male, davvero, ma ammirato il prodotto, e il suo piazzamento, difficile che ce ne ricorderemo anche solo a fine anno. A fugare i dubbi sull’urgenza e la necessità di un disco fatto e pensato in questo modo, pensa il resto della scaletta, in particolare negli episodi dove in produzione troviamo Daniel James Grech-Marguerat, uno che ha un nome lungo un treno e che dalla sua può vantare un tocco che si estende solitamente oltre al gioco di manopole e bancone. Il dubbio, dando un occhio al curriculum, è che lui sia quello che solitamente chiami quando hai un brand forte da spendere e necessità di stuffing (Mumford and Sons, Tom Odell, Keane, Kooks dicono qualcosa?).

Formalmente il disco è naturale che sia un Hell Yes! per i tipi dell’NME di turno e, solo per la sua durata di quasi un’ora, è già di per sé un risultato per il vecchio dad rocker. Il canzoniere gira e si ascolta bene grazie alla varietà di soluzioni messe in campo tra ricordi/citazioni di strofe (ancora?) Lennon-Beatles (vedi una For What It’s Worth con rinforzo di archi) e roba più rockista di stampo ’60 e ’70, simpatici boogie riempitivo con altrettanto calcolata lingua in bocca di strofe e versi che hanno fatto la storia del rock (You Better Run), oppure roba shoegazey – stile effettistica primo disco Oasis – ripresa dal versante Black Rebel Motorcycle Club (l’inutile I Get By), oppure ancora cose tagliate white soul come Universal Gleam, omaggi Primal Scream più che Rolling Stones e così via.

Si sa, il rock può essere una formula tanto quanto quella che sta dietro alla Coca Cola Zero, in altre parole, i primi Oasis erano la Coca, As You Were – pffff – lo zucchero a velo, e tutto ciò non ha nulla a che spartire con l’urgenza e le motivazioni che stanno dietro al fare un disco solista che si rispetti, ovvero qualcosa che anche (e forse soprattutto) nei suoi difetti e nel saper prendersi dei rischi, rimanga impresso, ti ci faccia affezionare, non soltanto per il ricordo di una voce e di un sound che vengono prima e a quel prima rimandano in continuazione. Liam ha senz’altro abiti nuovi, ma nulla da dire, non ha un testo suo che paia sincero da comunicarci, e le strofe che gli sentiamo pronunciare sono spesso di una banalità sconcertante: Chinatown, il brano con il testo meno formulaico tra quelli proposti, non porta (per decenza?) la sua firma ma parla velatamente di Brexit nella maniera più Tommaso Paradiso che si possa concepire: «Well the cops are taking over / While everyone’s in yoga / ‘Cause happiness is still a warm gun / What’s it to be free man? / What’s a European? / Me I just believe in the Sun». Emblematicamente e neppure troppo paradossalmente è quello che più rimane in testa dell’album. Complessivamente il più umano. Complessivamente, With a big help from his friends, Liam porta a casa il suo 6 politico.

11 Ottobre 2017
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