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Recensione doppia per parlare in una sede comune di due dischi validi, ma concettualmente posizionati ai due poli opposti del rap game contemporaneo.

Da una parte abbiamo Lil Yachty che, nell’anno di Culture dei Migos, di Beautiful Thugger Girls di Young Thug, del doppio in un mese di Future e delle playlist prezzemoline di Drake, ha pubblicato un esordio che s’inserisce perfettamente nel trend che possiamo – concedetelo – chiamare post-rap popism. Yachty è ostentatamente ignorante dei classici della golden age, con somma indignazione dei fondamentalisti della filologia senza autoironia (che sembra sbeffeggiare anche nel video di Dirty Mouth, in cui indossa un’improbabile T-shirt NWA). Naviga nell’autotune, nei gioielli kitsch, nei denti d’oro e nelle trecciolone colorate, se ne fotte allegramente dei purismi e gran parte del pubblico gli ha dato da sempre ragione, anche se è scontato che un personaggio del genere si attiri comunque una sua nutrita schiera di haters. Oltre alle prevedibili e necessarie bangers come Peek A Boo (con feat. dei Migos), l’aspetto più interessante del disco è proprio la sua popiness colorata e caciarona, scanzonata e synthetica: pensiamo ad Harley, a Bring It Back, alla reggaeggiante e irresistibile Better, a Forever Young e Made of Glass. Resterebbe da scremare qualche lungaggine di troppo, nemmeno giustificata perché i pezzi meno ispirati e i riempitivi non è proprio che manchino, ma alla fine la cosa nel complesso arriva all’obiettivo. Niente di troppo memorabile, ma come instant pop funziona bene. (6.2)

Diametralmente opposto a Yachty è l’ennesimo lavoro dell’instancabile e prolificissimo Odissee: flow superbo e mood da intellighenzia black, The Iceberg è un disco di hip hop orgogliosamente suonato in scia The Roots, e radicalmente East Coast (e infatti Khalifa è di Washington DC). Funk, qualcosina di house (Things) e sfumature jazzy soprattutto, in una patina old school senza alcun compromesso: tutto già sentito fino allo sfinimento, ma resta sempre un piacere, classy e militante proprio come i già citati ed illustri colleghi di Phila. Le lyrics se la giocano su un impegno politico (c)attivo e ficcante, che senza troppi voli pindarici va dritto al punto; non mancano ovviamente le frecciate anti-Trump, che però questa volta sono sciacquate in una vaga rassegnazione: «I mean what is there to fear/I’m from black America this is just another year». Ripetiamo, niente di eclatante, ma dischi così nell’hip hop di oggi sono sempre necessari e ben accetti. (6.8)

12 Agosto 2017
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