Recensioni

6.5

C’è una precisa parola che lega Kanye West e Drake, ed è “sincresi”. Seppur con modalità e spunti profondamente diversi, Yeezy e Drizzy sono due personalità che nelle rispettive peculiarità hanno tanto in comune: entrambi arrivati al successo dopo una long way to the top, sono ora due brand affermati, icone di moda oltre che di musica, trendsetter e (forse) anticipatori. Entrambi, soprattutto, da diversi anni stanno raccogliendo urgenze, spunti e tendenze più o meno underground (e che difficilmente sono comprese nel loro rispettivo background musicale) per trasporle – brandizzate – nell’universo mainstream.

Per Kanye questo processo di “collectivismo” e appropriazione culturale (più o meno debita, ma ci torneremo) a tratti post-moderna e maniacalmente tarantiniana – pensiamo a tutto il feticismo samplesistico sciorinato da Yeezy fin dalle sue prime produzioni – ha assunto soprattutto i tratti dell’anticipazione. Quindi ecco che 808’s & Heartbreak prevede ed è alla base di tutta la rinascita nu-r&b intimista e post-soul degli anni ’10 (quindi The Weeknd, e anche lo stesso Drake, ne sono figli), così come Yeezus ha pescato dall’elettronica bianca – sia essa quella di Aphex Twin o Evian Christ – traghettandola verso il mainstream, asservendola a un industrial hip hop forse inedito, sicuramente furbo e riuscito. Ora Kanye sembra sul punto di ripiegarsi su sé stesso, e con il frammentario The Life of Pablo prova, come un novello Bowie (di cui è dichiarato fan), ad imitare gli imitatori: annusa la trap, pasticcia col gospel, ammicca al grime UK (pensiamo alla performance di All Day ai Brit Awards 2015). Il futuro, come sempre nel suo caso, è nebuloso e i possibili cambi di rotta – pensiamo alla breve e discussa parentesi Trump-friendly ed annesso esaurimento nervoso – sono imprevedibili.

Drake dal canto suo è sicuramente meno geniale e visionario di Kanye, ma probabilmente altrettanto furbo. Negli ultimi anni è arrivato ad identificarsi con un’intera città, Toronto, brandizzandola (“the 6”) e auto-dichiarandosene ambasciatore: pensiamo all’All Star Game NBA del 2016, tenutosi proprio nella capitale canadese, di cui Drake è stato volto e presentatore (vedi la player presentation domenicale piena di handshakes e sorrisoni), oltre che coach del Team Canada durante il Celebrity Game del venerdì. La sovraesposizione è stata ossessivamente ricercata anche tramite confuse e nebbiose love stories orchestrate alla perfezione (ricordiamo Rihanna, Jennifer Lopez e anche Nicki Minaj, oltre al non troppo gradito limone tiratogli da Madonna) e una mostruosa hit con tanto di viral video parodiato in ogni dove (Hotline Bling). A livello strettamente musicale c’è stato Views: un inconcludente e prolisso mattone che ha rappresentato un primo deciso passo verso quel sincretismo di cui parlavamo in apertura (e che lo avvicina a Kanye); qui Drake esce dalla propria abituale comfort zone per infilare il piedino nella scarpa dancehall. Non è il fiuto di West che ricicla anticipando, ma la paraculaggine di chi insegue i trend già ampiamente in voga per suonare cool e attuale: se quindi nell’ultimo biennio abbiamo visto proliferare i ritmi caraibici a livello mainstream per un effetto post-Major Lazer, ecco che anche Drizzy arriva a cavalcare l’onda con One Dance e similaria; e se pure la comunità giamaicana-canadese è importante e fiorente, rimane il fatto che non è e non sarà mai quella da cui viene Drake. Così la dancehall liofilizzata di Views suona surgelata e imbalsamata, nient’altro che uno scimmiottamento da pappagallo di qualcosa che “va” e funziona ma non fa parte del suo DNA.

More Life è il (parziale) superamento di questa cosa. Già accantonata l’etichetta di mixtape, ora fa figo dire “playlist” per indicare un album di inediti che pescano e scopiazzano (bene, ma quello fanno) un po’ dappertutto. Questo disco è semplicemente il lavoro più teorico e concettuale che Drake abbia mai fatto, e il suo sincretismo piacione qui è valido e apprezzabile perché, seppur ancora a fronte di una furberia indubbia, poggia ora su una cifra stilistica solida (ben più che in Views). Si pesca da qualsiasi cosa abbia a che fare con la musica africana e caraibica: c’è ancora la dancehall (Blem potrebbe essere tranquillamente un pezzo di Popcaan) e ora anche l’afrobeat (Madibas Riddim). Fela Kuti poi viene anche esplicitamente citato in un verso dello Skepta Interlude. Get It Together è praticamente una cover di un pezzo del Dj sud africano Black Coffee, e i vocals della bimba-prodigio londinese Jorja Smith (primo ammiccamento al mondo UK) ricalcano pari pari gli originali di Bucie.

UK dicevamo. Il ponte Giamaica-Regno Unito è solidissimo sia a livello concettuale (e anche qui i rimandi al patois sono evidenti in tutto il disco, basti vedere titoli come Gyalchester) che musicale: il grime affonda le sue radici nella jungle, che a sua volta si è servita del dub e del raggamuffin jamaicano. La recente fascinazione di Drake per il grime è quindi, se non scontata, quantomeno intuibile. Rimane da capire quanto la seconda giovinezza del genere – vedi le esplosioni oltre confine di Skepta l’anno scorso e Stormzy ora, ma aspettiamo anche Novelist – ingolosisca Drake oltre al logo della BBK che si è fatto sulla spalla e ai feat. sul disco. I diretti interessati certificano che la passione sia autentica, Skepta e Drake sono amici, Wiley ha dichiarato recentemente che Drizzy è «the only one who really gets it». Sarà comunque difficile che il grime faccia realmente breccia negli USA, i nasi si storcono al primo accenno di accento brit, i rapper sono primedonne e dividere il microfono con gli MC non è affatto la cosa più naturale del mondo. Ciò che abbiamo ora sul piatto sono le copiose infiltrazioni presenti in More Life: No Long Talk vede un feat. addirittura di Giggs, mentre Skepta compare in un pezzo tutto suo, lo Skepta Interlude, che dell’intermezzo ha ben poco.

Date queste chiavi di lettura, si potrebbe proseguire a parlare del disco anche senza averlo ascoltato, semplicemente scorrendo la tracklist. La domanda è semplice: cos’altro oggi tira un sacco e arriva dappertutto, e può a buon diritto essere considerato “il suono” del 2016/17? La trap. E infatti Drake pesca a piene mani anche da qui, e guarda ad Atlanta sia in brani “in solo” come l’opener Free Smoke, sia in mirate collaborazioni con 2 Chainz e Young Thug (Sacrifices e Ice Melts), ma non dimentichiamoci che già in passato aveva remixato la prima hit dei Migos Versace. Arrivati a questo punto, diventa evidente anche come Drizzy sembri voler legittimare le sue scorribande saccheggianti chiamando, di volta in volta, ospiti considerati rappresentanti ortodossi del rispettivo trend a cui si approccia. È questo un riuscito escamotage che riesce – oltre che a regalare buoni momenti da un punto di vista qualitativo – a smarcarlo parzialmente dall’effetto cartolina in cui rischia di far scadere questo tour (multi)culturale tra i generi e le mode del momento.

Tirandone le fila, More Life, più che un buon disco, è un bel saggio di pop culture contemporanea, che raccoglie grossomodo tutto quello che succede e funziona nell’ambito della musica più o meno mainstream. A livello di testi non ci smuoviamo dal Drake introspettivo e lamentoso che si lagna perché il successo gli ha portato via gli amici veri e lui si sente solo. E mentre canta di persone doppia-faccia che lo usano solo per ottenere qualcosa a livello personale, viene fin troppo facile pensare che lui stia facendo esattamente la stessa cosa con culture musicali non sue. Finché però la cosa gli viene bene, ci possiamo anche stare.

Voti
Amazon

Ti potrebbe interessare

Le più lette