• mar
    01
    2019

Album

AGE 101 MUSIC

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La prima botta di notorietà al grande pubblico per Little Simz è arrivata con il feat. contenuto in Humanz, il chiacchierato ritorno dei Gorillaz. Eppure la ragazza – classe ’94 – è già al terzo album in carriera. GREY Area supera però ogni aspettativa e si lascia definitivamente alle spalle quella sensazione di irrisolutezza che impregnava il precedente e carrolliano Stillness in Wonderland, ed è chiaro sin da ora come resterà una presenza fissa nelle varie classifiche di fine anno e uno dei dischi inglesi più validi in tempi recenti. Sì perché se il grime in senso più stretto è ancora in attesa del suo capolavoro 2019 (così così gli ultimi Aj Tracey e Giggs, ma attenzione a Dave), Simz dimostra qui che non di solo grime si vive in UK. Più che a una versione femminile di Stormzy, la treccioluta signorina rimanda a un Loyle Carner più cazzuto, e la cosa va benissimo così.

GREY Area prende un sacco di roba e la shakera con grande eleganza e capacità di sincresi, oltre che di sintesi (solo 35 minuti di durata complessiva, perfetto): c’è un po’ di Kendrick Lamar formato TPAB nelle sfoglie jazz che emergono qua e là, qualche eco di Kanye (le voci distorte nel ritornello di Boss) e pure scampoli 8-bit filtrati jappo (la splendida 101 FM). Simz rappa di tutto un po’, con sfuriate più bragga («I’m Jay-Z on a bad day, Shakespeare on my worst days» è già iconica) e riflessioni più personali e introspettive, sfruttando un flow chirurgico e serratissimo, impeccabile ed esaltante nei virtuosismi più ambiziosi (Venom su tutte). I beat sono tutti prodotti dall’amico di infanzia Inflo, che ricorre più al suonato che al sample e gli siamo tutti grati. Anche in questa sede la palette è oltremodo variegata ma mai caotica: si va da basi scarnificate e abrasive (il dittico iniziale Offence-Boss è praticamente solo basso e batteria) a morbidezze chill più sensuali e groovy – come il morbido funk carnale di Selfish. Poi arrivano lo storto blues chitarristico di Woiunds, le oscure profondità basso-archi di Venom e pure ballate pianistiche condite da cori in crescendo come Pressure.  

Un disco che risulta quasi paradossale nella dicotomia tra quantità di spunti che contiene (hip hop, jazz, r&b, tantissimo funk, pochissimo grime) e compattezza della tracklist. Si ha sempre la sensazione che Simz abbia ben chiaro dove si trovi e dove voglia andare, e che questo sia l’album in cui la quadra sia stata finalmente trovata con un intingolo bilanciato alla perfezione. E nel periodo delle interminabili playlist Spotify-ready, trovare un disco così bello che una volta finito lasci anche il bisogno di sentirne di più, è ancora più prezioso. 

18 Marzo 2019
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