• apr
    28
    2017

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Warner Music Group

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Paradossale come i Gorillaz stiano cercando risposte logiche alla preoccupante evoluzione dell’umanità, proprio loro che hanno fatto di questo ibrido tra esseri umani e cartoni animati la loro ragione d’essere. Non è dato sapere se quel famoso pomeriggio passato a guardare MTV, Albarn e Hewlett avrebbero mai immaginato di trovarsi, più di vent’anni dopo, nel pieno di questo delicato periodo storico socio-politico segnato da Brexit e Donald Trump, due eventi che non possono che ridisegnare gli assetti politici, e non solo, del pianeta (nel bene o nel male, lo sapremo più avanti). Sta di fatto che questo Humanz sente la necessità di raccontare un mondo in cui è stato possibile mandare alla Casa Bianca un personaggio come l’attuale Presidente Usa. Quella che era una remota possibilità si è quindi trasformata in una realtà da analizzare. L’album, tuttavia, non vuole essere una manifesto politico contro Donald, tant’è che lo stesso Albarn ha precisato di aver cancellato ogni riferimento a lui all’interno del disco. Le istruzioni date da Damon alla lunga lista di collaboratori è stata una, semplice e diretta: immaginate il party della fine del mondo.

Le prospettive per indagare il significato di questo disco sono numerose e troppo spesso si intrecciano tra loro. Partiamo dalla copertina, che rivela Murdoc, 2D, Noodle e Russel mai in vesti così reali e, appunto, “umane” (Noodle e Murdoc non assomigliano un po’ troppo a Björk e Noel Gallagher?). Controbilancia invece una miratissima – a tratti asfissiante – campagna di marketing crossmediale che ha fatto dell’utilizzo dei sistemi tecnologici il mezzo cardine: video per realtà aumentata (e ogni record di visualizzazioni spazzato via), ben due applicazioni per Ios e Android, visual story che raccontano le vicende parallele dei cartoon, spirit house in giro per il pianeta, sponsorizzazioni con tanto di cortometraggi, ma anche divertenti interviste, una con Murdoc che dice di preferire gli Oasis ai Blur, e la recente – prima – videointervista dei Gorillaz, sempre con quel guascone di Murdoc e il povero, maltrattato 2D.

Sarebbe più opportuno (e semplice) affermare che questo nuovo album non cerca risposte e soluzioni ai tempi odierni, soffermandosi invece alla pura descrizione con l’occhio più cinico possibile. Purtroppo per i Gorillaz, non sono i primi, e certamente non saranno neanche gli ultimi. Humanz non alza l’asticella della discussione, né a livello di contenuti né a livello musicale. Non è certo una novità che Damon Albarn sia una volpe come pochi, e tutta questa astuzia – a ben vedere – la trasferisce sapientemente nel più fortunato dei suoi infiniti side-project. Il suo è un modello ancora troppo avanti per la discografia odierna, impossibile da replicare, per cui ogni episodio della cartoon band avrà un seguito e un’attesa difficilmente riscontrabili altrove, ogni disco avrà il suo fascino (anche gli schizzetti elettronici, a tratti imbarazzanti, di The Fall), e quindi, comunque vada, sarà un successo. Ed è un vero peccato, perché la loro perfezione i Gorillaz ancora devono trovarla. Ci erano andati vicini con Plastic Beach, e ora se ne allontanano nuovamente. La palette creativa messa sul piatto dalla band, anche oggi, è la stessa di sempre: iper-produzioni curatissime sponda hip hop a stelle e strisce (Momentz, Let Me Out), la maggior parte delle quali composte con l’Ipad, dub visitato nelle sue svariate forme – che sia evoluto in dance hall spettrale (Saturn Barz) o rivitalizzato jungle (Ascension), episodi non sempre riusciti di pop malinconico (apprezzabile Busted And Blue, ma Empire Ants è di un altro pianeta), e qualche affondo dance (la sterile pop-house di Andromeda) per dare il giusto groove (Strobelite). Questione ancor più importante: mai nei dischi precedenti era stato presentato un dream-team di tali dimensioni (De La Soul, Pusha T, Danny Brown, Vince Staples, Kelela, Grace Jones, Mavis Staples, Jehnny Beth, per citarne alcuni): con questo cast di all-star, che a quanto pare il buon Damon avrebbe messo in piedi per farsi bello con la figlia 17enne Missy, non era certo facile tirare fuori il meglio da ogni act e bilanciare ogni singolo episodio, e purtroppo in più di un’occasione l’ospite di turno è nulla più di un’interessante riempitivo per richiamare l’attenzione. Se da qualcuno ci si aspettava francamente di più (Pusha T, Danny Brown), ci si mette spesso anche Albarn – sempre più defilato – a complicare la faccenda, arrivando ad essere d’intralcio con la trama dei brani (Let Me Out).

Se i testi di Plastic Beach trasudavano una coltre di malinconia, Humanz rivela un certo disagio sentito dai protagonisti, coerente con il messaggio generale del disco di ansia e insicurezza: razzismo («The roof is on fire/ She wet like Barbra Streisand / Police everywhere, It’s like a nigga killed a white man»), violenza della polizia («Tell me that I won’t die at the hands of the police»), liberalizzazione delle armi e dipendenze («I’m just playing, baby, this the land of the free / Where you can get a Glock and a gram for the cheap»), il rapporto dell’uomo con la tecnologia («The wires that connect to us / Weightless and fall on your body»), in sintesi una visione cruda e disarmante della realtà. Manca la super hit del caso e si sente l’assenza delle Clint Eastwood, Feel Good Inc.On Melancholy Hill del caso, tuttavia spunta un brano che potrebbe aprire una via interessante: Hallelujah Money, con il suo beat drogato, felpato e dal piglio psych che accompagna – in maniera quasi disarmonica – lo spoken messianico di un Benjamin Clementine che, quasi fosse sbucato fuori da Essi Vivono, disegna parabole astratte fatte di «tender fruits» e «walls like unicorn». E qui sì che c’entra Donald Trump.

Tante sono le critiche che abbiamo mosso, eppure è difficile non constatare per l’ennesima volta il successo di un disco fresco e rotondo, godibile e assolutamente degno del particolare interesse che si trascina inesorabilmente dietro, ma dai Gorillaz è lecito pretendere di più, soprattutto nel momento in cui Damon si è scrollato di dosso, nel giro di pochi anni, due impegni importanti come l’esordio solista e la reunion dei Blur. La Phase 4 dei Gorillaz è tutt’altro che chiara e la narrativa non si è ancora ben delineata: dopo il ritorno a Londra successivo alla folle avventura di Plastic Beach e la conseguente notifica di sfratto dall’appartamento, non è facile intravedere il futuro di 2D e dell’allegra combriccola. Allo stesso modo, sembra impossibile scorgere le sorti della nostra umanità (destinata probabilmente al simpatico interlude The Non-Conformist Oath) e capire davvero «what the fuck is wrong with us?», ma Damon Albarn sceglie di lasciarci con il messaggio di piena speranza (We Got The Power). Certamente la speranza è sempre l’ultima a morire, si sa, ma prima o poi toccherà anche a lei.

27 Aprile 2017
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