• Mar
    04
    2016

Album

Garrincha Dischi

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Abbandonato da tre componenti della band (Anna Viganò, Ilaria Curioni e Gaetano Polignano), Francesco De Leo si chiude nella sua cameretta e compone i 13 brani del quarto album de L’Officina della Camomilla, Palazzina Liberty. Dopo la trilogia di Senontipiacefalostesso che ha visto la pubblicazione di un disco all’anno, la band milanese prova a rilanciarsi con un album che vuole essere ricercato, studiato, ragionato. Voler essere non coincide con essere, ma ci troviamo di fronte a un gruppo che è riuscito a sembrare ciò che voleva essere, senza esserlo davvero. Complice anche l’appartenenza al roster di Garrincha, un’etichetta che nel corso degli ultimi anni ha prodotto non solo dischi ma anche un immaginario surmoderno – tanto per riallacciarci alla vecchia Lulù Devi Studiare Marc Augè – legato sia alla dimensione musicale che a quella comunicativa.

È nell’uso dei social network che si propone un pacchetto estetico coeso, a partire dall’immagine pop sbarazzina ma allo stesso tempo impegnata del “capogruppo” dell’etichetta, Lo Stato Sociale, un’immagine che non sempre (e se vogliamo essere perfidi, raramente) riflette un effettivo contenuto in termini musicali. Se manchevole è il valore artistico, non lo è quello “sociale”, obiettivo che meglio manifesta l’efficacia dell’etichetta e per riflesso dei nostri Officina: fare presa su coloro che usano i social network con finalità estetiche, creando un profilo aderente a tendenze e immaginari moderni. Anche i canali indipendenti, ormai, hanno compreso le potenzialità della musica per adolescenti: ne parlammo anche per altre band straniere, i Sun Club o i Cub Sport, gruppi indie giovanissimi il cui obiettivo non pare essere il valore artistico in sé, ma creare un tutt’uno tra l’estetica musicale e l’idealismo sociale. L’Officina affonda il corpo in queste sabbie mobili, e non ne esce più neanche volendo.

La Palazzina Liberty si fa portatrice di uno dei pochi aspetti accettabili di tutta la questione, ovvero l’assunzione dei non-luoghi quali portatori di significato umano: le palazzine Liberty come testimonianza dello stile Art Nouveau in Italia, che a Milano sopravvivono in lasciti ora abbandonati, ora rivalutati come luoghi di manifestazioni culturali, ora occupati come centri sociali, immagine di bellezza in decadimento. Il tutto si ricollega al solito miscuglio di surrealismo nei testi accompagnato da descrizioni post-moderne in cui ragazzini d’oggi possano ritrovarsi, quell’intruglio tra pop e filosofia caratteristico anche di altre band indie attuali, come Lo Stato Sociale o I Cani (Io te e Carlo Marx, Pasolini e Jay-z in Storia di un artista). Una caratteristica in parte anche suggestiva, ma che finisce spesso per diventare banale a causa della scarsezza delle idee musicali e, nel nostro caso, per quell’atteggiamento un po’ da rock star borghese che De Leo sfoggia nei live, situazioni in cui un folto gruppo di giovanissime urla con voce squillante all’uscita del ragazzo sul palco.

Nonostante la collaborazione con altri musicisti (Giovanni Imparato dei Chewingum o Sig. Solo, tastierista di Dente), molti brani del disco sembrano imitazioni di altre canzoni: gli Smiths di Altri Posti o Ex Darsena, i Cure, gli Strokes in Palazzina Liberty, ma anche i Verdena in Mio fior pericoloso (il giro di chitarra richiama quello di Castelli Per Aria), i Baustelle in Penelope, Mannarino in Soutine Twist. Gli archi di Signora del Mare o della appena citata Soutine Twist abbelliscono in parte la materia musicale, ma il vero problema di Palazzina Liberty, oltre alle citazioni violente, sono i brani strumentali un po’ fuori luogo, a partire dalla traccia di apertura: 7 minuti ripetitivi e senza carne, così come Macchina Metallica, la dance fuori moda di Triangolo Industrial, le distorsioni da film neorealista anni Cinquanta di Noise sull’oceano. Pezzi inutili nell’economia del disco e con poco valore estetico, che rischiano di non far apprezzare il lavoro nemmeno a quel pubblico di adolescenti o post-adolescenti di cui abbiamo parlato finora.

Diciamo pure che è un peccato, perché guardando la trilogia precedente e questo disco, osservandoli unitariamente, si intuisce che quegli sprazzi di buone idee (perché qualcuno c’è, come nel caso di Penelope) avrebbero potuto essere condensati in un album con qualche buon momento. Ma tutto questo contorno, insensato e riempitivo, sottintende una certa mancanza di vena artistica autentica. Le stramberie di De Leo, i «flussi di coscienza onirici» e le corbellerie divertenti avrebbero potuto generare un risultato migliore, ma così non è stato. Come si legge nel comunicato stampa, «Palazzina liberty è un’apocalisse»: una simpatica catastrofe, un compassionevole disastro, per l’appunto.

8 Marzo 2016
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