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7.3

È una storia che odora di stazioni ferroviarie, biglietti mai spediti, viaggi a metà; è la fotografia che si lascia vivere nel sarcasmo della disfatta: Piccole Armi/Grandi Imprese srotola undici racconti sonori che si fanno carta geografica di emozioni e voci, tra folk-pop e world music di estrema classe. Dopo aver archiviato il progetto Insula Dulcamara, la composizione di colonne sonore e l’ottimo riscontro arrivato dopo il primo disco solista, Luca Di Maio confeziona un secondo lavoro in punta di libertà, con lo sguardo aperto all’orizzonte del possibile in tempi in cui regna l’impossibilità dell’azione. Il suo cantautorato è un vortice multiculturale che unisce strumenti tradizionali come chitarre, piano, batteria a bouzouki, autoharp, congas, programmazioni, synth, loop e glitch. Un’esplosione di ritmi e suggestioni, in preda a una fascinazione urbana e filo-tribale mentre il groove si fa sempre più ampio e profondo.

Questo secondo album, portato a termine grazie alla registrazione e al mixaggio di Alessandro “Asso” Stefana (già attivo per Vinicio Capossela, Guano Padano e PJ Harvey), prende vita da fantasie lontane e solo all’apparenza inenarrabili: ci sono fiabe in musica che rendono l’ascolto un lento cullarsi fra ipnotici e morbidi caleidoscopi, pronti davvero a farci vedere tutto il bello che c’è. L’incedere possente de La madre, il muro, la piazza, regala un’invettiva importante, tanto politica quanto privata, con il suo fare sintetico e primitivo. Se Dove sei? gode di un irresistibile gusto orientale, l’esile incanto de La fragola nella pancia dell’orso seduce senza sosta, attrae e asservisce. Con quel carattere ambiguo ed evidenziato dai frequenti cambi d’atmosfera e dagli intrecci sonori, il disco del cantautore napoletano d’origine ma romano d’adozione, si destreggia abilmente fra acustica essenzialità e dinamismo melodico: è il caso del candore caliginoso di Quand’ero felice, impreziosita dal tocco soffuso della voce di Serena Altavilla (Blue Willa, Solki, La Band del Brasiliano e Calibro 35), del crocevia sperimentale di Per farti un dispetto, col tocco del sassofono torvo di Pietro Santangelo (già al lavoro coi Nu Guinea), e dell’Islanda registrata nei field recordings di Sant’Eurosia degli alberi, quasi una supplica cristallina alla Natura che si fa amica fidata. Il cantautore affida l’epilogo a un gioco/citazione che omaggia tutti i collaboratori del disco e così Chi ha fatto cosa si trasforma in un testamento di gratitudine e grazia, in tempi, i nostri, sempre più saturi di indifferenza e brutalità. Ecco che il disco di Di Maio svela un doppio effetto: le grandi imprese si riversano nella vita dell’uomo e dell’artista, nella sua poesia musicale che si fa prosa musicale, nel respiro ampio e talvolta grottesco con cui si raccontano amori, logiche inconsuete e derive simboliste.

La scrittura sublime che si insinua nelle venature di Piccole Armi / Grandi Imprese si trova in bilico fra il mito visionario e un sincero autobiografismo metafisico, e lo rende un disco possibile solo per chi conosce il distacco da una persona amata. La grande impresa di Di Maio è stato farsi piccolo di fronte alla vastità del proprio talento, un contrappasso lirico e dolcissimo, fino a sfociare in una gioia irreale.

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