• Set
    09
    2016

Album

Interscope Records

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Negli stessi giorni dell’annunciato scioglimento dei Die Antwoord (poi categoricamente smentito da Yolandi su Instagram) arriva anche il nuovo  album di M.I.A., che del duo sudafricano si è sempre dichiarata grande sostenitrice. Il parallelo con il progetto di Watkin Tudor Jones viene naturale proprio per gli esiti a cui sembrano destinati i rispettivi dischi. Laddove Mount Ninji and da Nice Time Kid, seppur ancora inedito al momento in cui scriviamo, non lascia presagire molto di buono arrivando da un terzo capitolo semplicemente brutto come Donker Mag e un mixtape non particolarmente brillante (Suck On This), le sensazioni lasciate da AIM sono pressapoco le stesse, ovvero che M.I.A., proprio come i Die Antwoord, abbia (già? ormai?) esaurito la propria forza propulsiva. Borders, dunque (con il suo video e lo stuolo di polemiche annesse), come canto del cigno, l’anthem conclusivo di una parabola meticcia e post-globale partita dal grime per farsi contraddittoria portavoce delle genti del mondo, con una mano tesa ai rifugiati e l’altra ad MTV.

AIM non è un disco politicizzato come quel singolo avrebbe potuto farci pensare; piuttosto il programmatico titolo anagrammato rimanderebbe a un compendio di carriera, riuscendo soltanto a metà nel tentativo. La sensazione, supportata anche dalle recenti dichiarazioni dell’artista di origini tamil, è che la stanchezza e la noia abbiano preso il sopravvento sulla serenità e sulla libertà artistica con la quale il progetto avrebbe dovuto compiersi. Un primo campanello d’allarme in tal senso era arrivato con il tanto vituperato spot per H&M Re-Wear It, disillusoria secchiata d’acqua gelata in faccia a tutti nel vedere una figura per definizione “libera” come M.I.A. collaborare con un brand multinazionale di abbigliamento dalle politiche non sempre limpidissime. Troppe, davvero troppe le polemiche succedutesi negli ultimi anni: dalla causa intentata dalla NFL per aver alzato quel “flipping del bird” durante il Superbowl nel 2012 al permesso di rientro negli USA negato per il presunto appoggio – sempre negato dall’interessata – al gruppo separatista delle Tigri Tamil (organizzazione considerata terroristica negli Stati Uniti), dal posto da headliner all’Afropunk Festival di Londra perso per le polemiche sul Black Lives Matter fino ai recenti guai giudiziari con il Paris Saint Germain per la caustica maglietta “Fly Pirates” indossata proprio nel video di Borders. Ora lei sostiene di non poterne davvero più (delle polemiche che lei stessa ha alimentato durante questi anni) e di volersi dedicare esclusivamente alla propria vita da mamma, e noi, ascoltando questo album, le crediamo.

Sia chiaro, AIM non è un brutto disco. La già ampiamente nominata Borders e le misurate incursioni nel fermento tresillo di questi mesi (vi rimandiamo al nostro approfondimento) con una ormai riconoscibilissima ritmata dancehall nei brani Finally, Visa e Bird Song – nella versione decisamente migliore del riappacificato ex-Diplo – e quella versante raeggaton in Talk sono senz’altro tra gli episodi riusciti di un disco che all’inizio punta tantissimo sul groove e nella seconda metà (pensiamo soprattutto alla conclusiva Survivor) concede qualcosa alla melodia, pur con risultati davvero lontani da Paper Planes e dalle rotondità di un album come Kala. In AIM a dominare è piuttosto la discontinuità: ai citati episodi si avvicendano in negativo tracce poco riuscite, affatto ispirate, cantate come se Maya cominciasse a stancarsi delle pose di M.I.A, il personaggio pubblico. Un brano ipertrofico come Go Off (prodotto da Skrillex e Blaqstarr) potrebbe essere uno di quei casi da pilota automatico inserito. Bird Song è soltanto un giochino produttivo (in consolle ancora Blaqstarr), Jump In un trascurabile demo, e Ali r u okk? una posa svogliata in scazzo Omar Souleyman. Su Freedun il discorso parrebbe differente: cazzaro il giusto (anche se la «People’s Republic of Swagistan» magari anche no), il pezzo tutto sommato sembra funzionare adagiandosi su un hip-pop relativamente onesto. Malino invece il chorus in cui l’ex golden boy degli One Direction, Zayn Malick, tradisce il suo opinabile pedigree affogando tutto in un mare di melassa francamente improponibile. «All the stars are still shining, but you’re the only one I see» (più l’altrettanto agghiacciante seguito che non riportiamo per motivi di spazio e decenza) non l’avrebbe composta neppure il peggior Moccia (o forse sì).

Sarà una legittima crisi di mezza-età (gli anni sono ormai 41), una altrettanto legittima spossatezza dovuta a tutte le magagne giudiziarie di cui si è detto, fatto sta che AIM non suona come il definitivo album testamento che avremmo voluto, o meglio sembra esserlo solo a momenti. Non per questo è un disco da buttare. In ogni caso, se davvero rimarrà questo l’epilogo, ci mancherai M.I.A..

13 Settembre 2016
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