• apr
    08
    2016

Album
M83

Mute

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Attesi da pubblico e critica, a distanza di cinque anni dall’ultimo album, gli M83 tornano con Junk, testimoniando di aver passato il lasso temporale in un quantum leap che li ha riportati – per l’ennesima volta – negli anni Ottanta delle colonne sonore, delle grandi star musicali, dei cartoni animati, delle pellicole fantascientifiche e delle sit com (pensate a Who’s the Boss o Punky Brewster), in pratica tutto lo scibile che ha forgiato la nostra coscienza collettiva dentro e fuori gli Stati Uniti dell’era Reagan. Innamorato terminale del decennio edonista, Anthony Gonzalez intitola il disco Junk, proprio a sottolineare che gli oggetti e il loro consumo più sfrenato, l’usa e getta e i Drive In, sono il fondamento per comprenderne l’essenza. E il disco, si sente fin da subito, è frutto di un recupero massiccio di vecchi vinili, cassettine, VHS e di tutto ciò che ha plasmato un’epoca a livello mediatico, dunque televisivo e radiofonico. Niente feticismi da indie kid o citazioni di nicchie di mercato: questo è un ritorno all’infanzia calata in quegli anni, alla favola del bambino davanti al tubo catodico.

Per gli M83 legare la loro produzione agli 80s non è certo una novità; basta riascoltare quel piccolo must che è Hurry Up, We’re Dreaming per capirlo. Ma il nuovo tuffo temporale, ampliato e amplificato a dovere, ha anche proprie caratteristiche e peculiarità: se l’album del 2011 era Hollywood, per dire, questo è la NBC, purché la dimensione cinematografica resti fondante negli episodi più “intergalattici”. E ancora, se nel 2011 la mission era un affare di indie e rock orchestrale, coralità folk, tastiere e synth dilatati, ora a dominare è un certo gusto per il groove e il mood malinconico, magari puntellato da fiati sensuali.

Do It, Try It apre il lavoro con una tastiera che avrebbe potuto aprire le danze nell’Hacienda di Factory e Happy Mondays. Ma è soltanto una citazione da pochi secondi, una delle tante del disco, in quanto il brano si sviluppa subito dopo sulle caratteristiche linee di synth degli M83. Nella successiva Go! – con il feat iniziale della cantante francese Mai Lan – ma anche in Laser Gun si (ri)entra negli 80s del synth pop dalla porta di Chairlift e Chvrches, salvo poi mollarlo per un party con tanto di assolo di Steve Vai in persona, e non a caso, dato che l’uomo, al netto della sei corde, aveva recitato anche a fianco di Raph Macchio, giusto per ricollegarci alla sinestesia 80s tra video e musica. Mai Lan torna anche in Bibi the Dog, dove si incrocia con la voce robot della supervicky del caso: e qui c’è anche della disco in quattro tempi, le trombe funky, quell’aria spensierata, ironica e danzereccia. I riferimenti funky continuano in Walkway Blues, dove la voce di Jordan Lawlor è attraversata da effetti, riverberi ed echi. Tanto da far venire subito in mente i Daft Punk di Random Access Memory o, se guardiamo al presente, la produzione dei Tame Impala nel recente Currents. Sensazione che rimane anche in Time Wind, dove le parti vocali sono affidate a Beck. Moon Crystal è il brano che più cala l’ascoltatore nelle sigle TV degli 80s ed è uno strumentale, mentre tornando ai featurer, in For the Kids la voce di Susanne Sundfør ricorda Whitney Houston, mentre il finale non poteva che arrivare su una ballad –  Sunday Night 1987 – con una fisarmonica à la Stevie Wonder.

In Junk, pur riuscito e ben fatto, non ritroviamo il cocktail che aveva decretato il successo di Hurry Up, We’re Dreaming, in sostanza un mix tra bei pezzi e sfarzose coralità che ci avevano fatto venire in mente, tra le altre cose, anche il So di Peter Gabriel. Del resto, da qualunque punto la si guardi, la vena 80s non può durare all’infinito, né è una garanzia di eterna ispirazione e giovinezza.

13 aprile 2016
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