Recensioni

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Se parliamo di abstract-hip hop di inizio Duemila Madvillainy è forse IL disco da sentire. L’anello di congiunzione tra un underground ruvido e al contempo cerebrale e una serie di strascichi più mainstream e attuali; oltre che un album da cui non si può prescindere se siete fan di El-P e Company Flow, Clouddead e compagnia Anticon, ma anche Aesop Rock, Atmosphere, Madlib, Outkast eccetera. Qui uniscono le forze per la prima (e unica, se si escludono un secondo capitolo di remix nel 2008 e il singolo Papermill) MF DOOM e – appunto – Madlib. Il primo un ex-reietto dell’industria musicale che produce e rappa avvolto in un mantello da super-villain (anzi, da madvillain), il secondo guru assoluto dei beat più croccanti e fantasiosi che si possano trovare nel mondo black. Il risultato sono 22 tracce brevissime in cui spadroneggiano i due protagonisti assoluti: il rap di Doom e le basi di Madlib.

La voce di Doom è grimey e strinata, sfondata da troppe sigarette, prestata a un flow ipnotico (il ritmo è grossomodo sempre quello). Tira un’aria cartoonesca: dall’inseparabile maschera rubata a Massimo Decimo Meridio alle citazioni fumettistiche (ovviamente il Dottor Doom su tutti, e infatti la serie TV dei Fantastici 4 è spesso campionata), passando per i testi, che procedono per libera associazione di idee e sono soprattutto centrati sulle sue skills e sulle sue ambizioni da malvagio. Pare di bazzicare le stesse strade del Wu-Tang Clan e dei loro wuxiapian riarrangiati in chiave blaxploitation. Ma lasciamo un secondo da parte il contorno e guardiamo la ciccia: di penne raffinate come quelle di MF Doom se ne sono viste veramente poche, per significato e per significante. Ogni testo è un tale florilegio di artifici retorici che andrebbero tutti insegnati nelle scuole: si prenda lo schema di Meat Grinder e delle sue intricatissime rime interne per credere. 

E poi le produzioni: Madlib creò quasi tutti i beat chiuso nella sua stanza in un albergo in Brasile. Da quelle quattro mura uscirono oltre 100 tracce, alcune delle quali finirono poi in Champion Sound, il suo album collaborativo con J Dilla. La geografia di queste registrazioni è importante per due motivi: l’influenza esercitata dalla musica brasiliana, con quintalate di sample pescate da vinili ignoti che Madlib comprò in vari mercatini locali, e la nascita dell’amicizia con Doom. Quando il rapper lo raggiunse in Brasile, i due divennero inseparabili. Tra i passatempi preferiti della neo-coppia (oltre ad ascoltare e produrre musica) spiccavano il consumo di marijuana e lo sfondamento della rispettiva psiche tramite consumo smodato di funghetti allucinogeni. Ma torniamo alle produzioni: si campiona di tutto e di più; ci sono b-movie e telefilm passati ma anche sample jazz e soul, bassi dal groove irresistibile (Meat Grinder e America’s Most Blunted se dobbiamo sceglierne un paio tra tutte) e melodie inaspettate (Curls). La struttura dei pezzi poi è quanto di meno canonicamente hip hop si possa pensare: in generale le canzoni non sono canzoni, nel senso che è difficile incontrare un pattern preciso che preveda strofa-ritornello-eccetera. Si tratta piuttosto di una serie di rapide mine via-una-avanti-l’altra, loop in sequenza uno più interessante dell’altro con suoni sempre nuovi e sempre diversi: l’organo di Curls, la chitarra ossessiva di Shadows of Tomorrow, la fangosa sinfonia di archi putrefatti e voci soul incatramate di Strange Ways. Ogni traccia è una scoperta, ogni beat una rivelazione, dai pezzi strumentali a quelli con i vari ospiti, passando per quelli ad esclusivo appannaggio della coppia protagonista. 

Raro trovare dischi più influenti e saccheggiati di questo. E difficile immaginare un Flying Lotus (e tutto il giro Brainfeeder) senza Madvillainy, così come gente come Earl Sweatshirt, Danny Brown e perfino Tyler the Creator devono molto (se non quasi tutto) a queste 22 tracce. Lo stesso Earl ha ribadito più volte come questo album rappresenti per la sua generazione quello che Enter the 36 Chambers ha rappresentato per la precedente. Ma al di là delle influenze e degli strascichi, abbiamo tra le orecchie anzitutto un disco che resta spettacolare anche oggi, con 16 anni in più e (RIP) un MF Doom di meno. 

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