Recensioni

7.3

Che il talento di Daniele Mana abbia già superato da tempo i confini nazionali, non è una novità: lo confermano i suoi lavori su Astro:Dynamics (vedi l’album di debutto Sweet Sixteen del 2014) o sulla Other People di Nicolas Jaar (il futuribile EP The Full Stream Ahead: The Prologue del 2016). Ma è innegabile che l’approdo del producer torinese su Hyperdub si porta dietro un qualcosa di più della semplice soddisfazione di essere arrivato a casa di Kode9. Dalla dubstep, dall’afro futurismo, dal ghettotech, passando per i soundsystem di Bristol e la footwork, il percorso della label dello scozzese residente a Londra è tra i più lungimiranti ed entusiasmanti, per quanto riguarda certa musica (sub)urbana, multietnica, post-coloniale, mistica e attenta alla tecnologia. Dal calderone di Londra Sud, nei 00s e fino a oggi lo sguardo di Goodman si è allungato sempre più oltre confine, in particolare in Italia e a Torino: negli ultimi anni, tra una great symphony e un’installazione, il producer ha avuto modo di esplorare la bontà e il fermento elettronico che si agita dalle nostre parti, da Lorenzo Senni (accasato, come Clap! Clap!, su Warp Records) a, appunto, Daniele Mana.

E proprio al Persona di Senni viene da pensare ascoltando un Creature EP che vede Mana al debutto col suo cognome. Per la cronaca, i due, assieme a A:RA, hanno lavorato di recente all’interessante side-project One Circle, e pertanto non stupisce ascoltare i riflessi della trance puntillistica e del voyerismo rave del romagnolo più amato da FACT negli otto brani dell’EP, in cui tuttavia va in scena qualcosa di distinto, maggiormente caleidoscopico e solenne. All’interno di una simile visione dell’EDM a grado zero – metti una trance antigravitazionale i cui build-up non fanno da traino per il drop spaccapista, ma diventano anima ed essenza di un viaggio nel minimalismo digitale – il producer si muove egregiamente, schizzando sul black screen secche note prismatiche come glitchate à la Oneohtrix Point Never (in una traccia scatta anche l’omaggio all’alieno brufoloso di Garden Of Delete), staffilate simil hoover sound (RunningMan, ovviamente quello con Schwarzy) e caleidoscopici rimandi alla robotica, paesaggi hyper real à la Fatima Al Qadiri e così via. In pratica, è musica che avremmo potuto far rientrare nel discorso accelerazionista qualche tempo fa e che da un po’ di tempo chiamiamo tutti – Adam Harper docet – HD.

Mana è un asso nel disegnare ambienti e contesti sonici che acquistano spazio, forme plastiche e colori mentali; chiamatele se volete post-apocalittiche o à la Matrix, ma queste sono forme ibride di recente concezione, cartografie sconosciute dipinte con pennelli e tecniche anche riconoscibili, eppure portate avanti con estro, creatività e una visione precisa del quadro nel suo complesso. Il producer respira osmoticamente i filoni più vivi della ricerca elettronica di questi anni, restituendoci un lavoro immaginifico, distaccato eppure appassionato, incantato di fronte alla creazione dei suoi stessi mondi e per questa via istrionico, verace proprio all’italiana, ma con polso saldo. Bravo.

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