Recensioni

Se c’è una cosa di cui Netflix non può essere accusata, è quella di non prestare particolarmente attenzione all’inclusione, all’attenzione per una descrizione del mondo che ci circonda quanto più sfaccettata possibile nei suoi prodotti. Da quando la sua piattaforma digitale si è diffusa in tutto il globo, il colosso dello streaming ha cominciato a investire ingenti risorse su prodotti dai connotati nazionali, e sebbene alcuni possano essere considerati dimenticabili (è il caso italiano di Baby o Suburra, ma anche l’esperimento fallito in Francia con Marseille), questo non ha certo dimuiuito la volontà di continuare su questa traiettoria, diventando quasi pionieristica in tal senso. Basti pensare al successo mondiale de La casa di carta (sì, non un prodotto originale Netflix ma uno di quelli su cui ha investito parecchio intuendone le potenzialità) o al non trascurabile fascino di una serie tedesca come Dark, per non parlare dell’eleganza e della “regalità” di The Crown in Inghilterra. Da anni, poi, Netflix sta spostando sempre di più l’asse di riferimento verso un ideale bilanciamento al centro, e ciò vuol dire non solo storie e indagini sul mondo occidentale, ma anche sul resto del pianeta. Le serie turche, che tanto successo riscuotono in patria, vengono acquisite e replicate, si investe in Nuova Zelanda e Australia (The New Legends of Monkey) e inoltre c’è una propensione sempre più accentuata all’inclusione di culture e lingue che ancora oggi consideriamo non comuni, perché non avvalorate dall’intrattenimento cinematografico o televisivo (o peggio dissacrate, poiché da decenni identificate con terrorismo e criminalità: è il caso della lingua araba).

Per quanto riguarda Unorthodox, serie di produzione americano-tedesca, bisogna considerarla prima di tutto come il punto di arrivo di un percorso di Netflix sulla descrizione del mondo ebraico ortodosso già iniziato in precedenza sia con il documentario One of Us (2017), sia con l’arrivo della serie Shtisel (2015-in corso). La storia di Esther “Esty” Shapiro (interpretata con ammirevole intensità da Shira Haas), che fugge dalla sua comunità situata nel distretto di Brooklyn per cercare una libertà fino ad allora mai considerata come possibilità, è prima di tutto una dichiarazione d’intenti per il proprio pubblico di riferimento: la libertà così tanto sbandierata come diritto imprescindibile negli Stati Uniti non è ancora così scontata all’interno di una città cosmopolita come New York, ma allo stesso tempo non c’è condanna del mondo ebraico ortodosso, ma più la consapevolezza di stare osservando un mondo, con le sue regole e i suoi dogmi inviolabili, che vive e prospera a causa dell’indifferenza altrui. Al centro dell’indagine di un team di autrici composto da Anna Winger e Alexa Karolinski, non c’è infatti lo scontro tra due visioni del mondo, ma la storia di un riscatto: quello di persone che hanno scelto di prendere le distanze da tali imposizioni culturali, con la speranza di fornire gli strumenti necessari a chi guarda, fosse anche solo per instillare un pizzico di coraggio in più a chi ogni giorno è vittima di soprusi.

Ovviamente Unorthodox, liberamente tratta dall’autobiografia bestseller Unorthodox: The Scandalous Rejection of My Hasidic Roots scritta da Deborah Feldman, non è un prodotto ineccepibile. Anche in questo caso Netflix sceglie la strada più soft, optando quindi per un’impostazione più edulcorata di certi aspetti visivi (come la fotografia che meglio si sposa con certi filtri da “effetto social”) e narrativi (il gruppo di amici di Esty è uno slogan fin troppo evidente e forzato sull’inclusione e la diversità), mentre l’escamotage di renderla una miniserie, riducendo il racconto a soli quattro episodi, al contrario, è una mossa intelligente e oculata che potrebbe invogliare alla visione anche il pubblico inizialmente più scettico. Senza esagerare, Maria Schrader fa un discreto lavoro alla regia, confezionando immagini e sequenze che rimangono impresse (il bagno al lago, il taglio dei capelli, la telefonata notturna, l’esibizione finale) e rafforzano una struttura narrativa interessante (con il suo continuo andirivieni tra presente e passato della protagonista) ma in cui il rischio di già visto era preoccupantemente alto. In definitiva, Unorthodox è un chiaro segnale di quali siano le intenzioni di Netflix sia per il presente che per l’immediato futuro e si inserisce in maniera coerente all’interno del suo catalogo.

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