Recensioni

Alzino la mano tutti coloro che hanno gustato lentamente e, magari, anche visto e rivisto più volte il sommario della prima stagione piazzato in apertura dei nuovi episodi di Dark, quella che possiamo considerare – al netto dei diciotto episodi fin qui prodotti e che necessiteranno di una conclusione – una delle serie più avvincenti e stimolanti presenti sul catalogo Netflix. Il fatto poi che sia un prodotto genuinamente tedesco la rende ancora più simpatica agli occhi di uno spettatore bombardato h24 da insulsi, bolsi e stereotipati prodotti anglo-americani vittime dell’algoritmo digitale, pressati da un mercato dalla domanda sempre più insistente e vorace (la deriva commerciale di Black Mirror ne è un esempio). Già, perché uno degli aspetti più caratteristici, ammalianti e irritanti al contempo della serie creata, scritta e co-diretta dai coniugi Baran bo Odar e Jantje Friese è quello di essere costituita da una moltitudine di personaggi – neanche troppi in realtà – le cui storie parallele finiscono inevitabilmente per intrecciarsi in maniera ora succulenta e affascinante, ora dai modi più blandi e da soap opera, tanto che il paragone con i romanzi d’appendice ottocenteschi non pare affatto azzardato.
Su tutti gli eventi aleggia un’atmosfera di determinismo cosmico che è figlia di tutte le trame che coinvolgono direttamente o indirettamente i viaggi nel tempo, e qui gli showrunner sono stati abilissimi nell’incastrare alla perfezione ogni avvenimento, ogni cambiamento nelle varie linee temporali che ci vengono presentate nel corso della narrazione: alle già viste epoche del 2019, 1986 e 1953 se ne inseriscono due ulteriori, il 2052 visitato dal giovane Jonas, sbalzato in avanti in una Winden dilaniata dall’apocalisse – che scopriamo essere avvenuta il 28 giugno 2019 – e il 1920 in cui lo stesso Jonas farà la conoscenza del misterioso Adam, figura a cui sembra tornare tutto quanto, il burattinaio supremo, colui che controlla perfino le mosse dell’altra figura misteriosa che aveva condito con la sua presenza gli episodi della prima stagione, il minaccioso Noah. Invece che testimone passivo della narrazione, Jonas qui diventa il perno fondamentale, l’artefice e motore della narrazione, il punto da cui cominciare a giocare e il termine ultimo d’arrivo, nonché il generatore stesso delle ulteriori domande che questa stagione avanza senza dare (quasi) alcuna risposta: chi è Jonas? E la sua versione più adulta già incontrata in precedenza (e qui quasi passiva) in che maniera si colloca rispetto a lui? Stiamo osservando il futuro del giovane Jonas per come si concretizzerà, oppure siamo davanti a un vecchio ciclo narrativo che stancamente ripete se stesso? Ovviamente non risponderemo a queste domande in questa sede per non rivelarvi nulla, ma sappiate che le risposte definitive (se mai ce ne saranno) arriveranno con la terza e ultima stagione (già in produzione).
E in definitiva non ha poi molta importanza. Perché non è di questo che si nutre Dark. La creatura di Odar e Friese vive di suggestioni, di possibilità, di speculazioni verbali su futuro, destino, predestinazione, teorie sui viaggi nel tempo che entrano in conflitto con quelle sulle infinite realtà parallele (e in maniera non raffazzonata, come un certo cinecomic di recente uscita) e annessi paradossi. E vive di personaggi; a tutti, infatti, viene dato il giusto spazio e la giusta dimensione all’interno della narrazione: il cammino di Jonas appare il più stratificato e quello che avrà ancora molto altro da aggiungere, soprattutto per quel che riguarda il suo legame (semi)incestuoso con Martha, mentre il delicato e struggente rapporto con la figura paterna sembra abbia ricevuto la sua degna conclusione (ma non è detto); c’è tempo per scandagliare anche la psiche di Ulrich nella sua infinita odissea alla ricerca del figlio Mikkel, grazie anche alla sua controparte più vecchia; così come vengono intensificati i rapporti di relazione tra gli altri personaggi, come la madre di Jonas, Hannah, quelli della famiglia Tiedemann (con il triangolo Claudia, Regina, Egon), e in più assistiamo anche alla quest per nulla posticcia dell’investigatore interpretato dal Sylvester Groth di tarantiniana memoria.
Nonostante alcuni passaggi salienti spingano l’acceleratore su un dramma sincero e dilaniante, non c’è dubbio che ci troviamo davanti a una continuazione degli eventi decisamente più ottimistica rispetto al passato, sorretta infatti da un’aura di romanticismo davvero sempre più rara al giorno d’oggi, in cui il personaggio di turno e il relativo scopo narrativo fanno più volte a gara in termini d’intensità e ritmo, cavalcando in maniera intelligente gli stereotipi più comuni del genere e aggirando l’ostacolo della ripetitività brillantemente. Lo stile dei due creatori emerge fresco e risulta visibilmente impressionante quando si vanno a scandagliare le varie epoche storiche affrontate, ricostruite sagacemente con veloci pennellate qui e là, con un senso per il minimalismo in grado di suggerire un universo intero di suggestioni: i lavori in miniera negli anni Venti, il manicomio nei Cinquanta in grado di richiamare anche Forman, e non più di qualche accenno musicale/cinematografico negli anni Ottanta, al contrario della saturazione citazionistica di Stranger Things. In molti, infine, hanno scomodato paragoni con David Lynch, ma non ce la sentiamo di arrivare a tanto, anche se in termini di complessità narrativa non siamo distanti da quella di Dune (ma lì la complessità svolgeva un doppio ruolo sul piano narrativo e linguistico seguendo lo schema del romanzo di Herbert, siamo invece lontani anni luce da un prodotto come Twin Peaks).
Quello di Odar e Friese è un lavoro memorabile, che stuzzica a più riprese la mente e l’attenzione dello spettatore, non dimenticandosi mai di concedersi quel tocco sentimentale reso ancora più marcato da una soundtrack assemblata a puntino: ricordiamo Caroline Shaw, Agnes Obel, Bonaparte, Raury, Asaf Avidan, Alev Lenz, Julia Wolfe, Nena e la cover di Peter Gabriel di My Body Is a Cage degli Arcade Fire (già utilizzato nel medesimo senso di catastrofismo generale in una puntata di Dr. House, lo ricorderanno i più attenti).
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