• mar
    12
    2015

Album

Atlantic Records

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Parlare di maschere è facile come nascondersi dietro esse. La greca–gallese Marina Diamandis ne ha fatto un uso protettivo (si legga pure la brutta parola “ruffiano”) al fine di esporre il suo electro–pop massivamente (forse “stra-”) prodotto sotto gli occhi di una critica (poca in realtà) e di un pubblico che nel lontanissimo (in termini di ere musicali) 2012 sembrava vagamente apprezzare. Electra Heart (questo l’alter ego scelto per un presunto concept sul mondo glitterato delle star) cavalcava il suo momento di gloria con l’omonimo disco, spesso accostato alla spensieratezza sintetica di una La Roux, di una Katy Perry o di una Lily Allen. Ad andare più indietro nel tempo (2010), dell’esordio The Family Jewels, che rimarcava un più originale (forse solo in termini di zeitgeist musicale, però) e ingenuo sound adolescenziale, non rimane che un lontano ricordo.

Electra Heart è (fortunatamente) morta. A prendere il suo posto, la vera Marina Lambrini Diamantis che, con il nuovo Froot, sembra aver trovato Dio e, soprattutto, il modo migliore per rapportarsi con se stessa. Niente più schiere alla corte del dio Diplo (ma anche Dr. Luke e StarGate), ma un sound e una vocalità più ricercati e certamente più introspettivi. Non potevamo d’altronde aspettarci che la trentenne gallese fosse rimasta l’eterna Bubblegum Bitch o la teenager alle prese con l’orgoglio (e i problemi) da Primadonna. A reggere la redini della corsa, dall’altra parte del mixer, David Kosten, che di introspezione ne sa qualcosa, dal momento che è già stato al fianco di gente come Bat For Lashes e Everything Everything.

Alla base di Froot c’è, oltre ai già menzionati moti interiori (se non altro la Diamandis ha confessato di essersi fatta prendere la mando dalla storia dell’alter ego e dalla massiccia produzione dei santoni dell’electro pop da classifica), la fine di un amore e le conseguenti reazioni emotive e fisiche. È questo che lo rende un album di riflessione, ricco di ballad, che, come nel caso dell’opening track, quasi annullano la componente electro che è stata cifra stilistica dell’artista. Happy, infatti, oltre ad essere uno dei brani meglio riusciti per testo (“I sang a hymn to bring me peace. And then it came, a melody…. All the sadness inside of me, melted away like I was free”), tematica (l’incredulità di fronte all’avvento di una inaspettata felicità) e melodia (soft core in solo piano, in lento crescendo corale), è anche quello che meglio racchiude le linee guida del prodotto.

Sfortunatamente la coerenza non è il piatto preferito della Diamandis, che non mantiene fede alle promesse dell’opening track, ma comunque non sfocia nell’entropia glitterata del precedente album. Un po’ come è successo a La Roux, Marina And The Diamonds riportano l’electro pop a una dimensione maggiormente pacata, decisamente meno ballabile e, per intenti e prospettive, più impegnata. Così I’m A Ruin di electro mantiene solo uno sporadico hand-clapping e una vaga attitudine, Forget l’imponenza dei bassi, Solitaire l’effetto della voce (che calca il bell’accento rotondo e grecheggiante). Ci sono poi gli intoppi effettivamente insopportabili (Blue, Gold, Savages), che causano un effetto Katy Perry (Charli XCX, per usare un esempio più recente) difficilmente digeribile in contesti come questo. Ma ci sono anche gli episodi in cui la componente in lotta e quella in perfezionamento dell’opera e del progetto di crescita di Marina Diamandis, si incontrano in un connubio che ricorda molto Bat For Lashes e, a volte, Florence And The Machine (Can’t Pin Me Down, Better That That, Weeds, Immortal).

Se, dunque, Marina ha chiuso con le maschere per trovare se stessa ed esporsi completamente, non è riuscita a inquadrare del tutto l’unione della componente poetica e melodica del progetto, forse presa dallo struggling emotivo e dall’urgenza emozionale di Froot. Annotiamo, nel frattempo, un buon salto di qualità.

21 aprile 2015
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