Recensioni

Lo avevamo lasciato, quattro anni fa, a riflettere sull’inclusione attraverso un disco, Schengen, che era programmatico fin dal titolo. E lo ritroviamo qui, nel nuovo disco solista, a ricominciare proprio da lì: l’opener ARK richiama alla mente una fauna volutamente indistinta accomunata da una tensione in crescendo che si scioglie in un finale quasi metafisico. Fa specie vedere la differenza, anche solo di attitudine, che si riscontra nell’ascolto di un brano che si inserisce per ispirazione in un passato così prossimo – quattro anni fa – con quello che vediamo attorno in era post-Brexit, trumpiana e sovranista. Come a dire che probabilmente, per tematiche, sentire e ispirazione, Schengen era paradossalmente più vicino a Zooropa degli U2, di quanto non possa essere in continuità con – per esempio – un 2020 di Richard Dawson.
Al netto di considerazioni da sociologo della musica (da strapazzo, qual è chi scrive), In Silence è comunque una produzione in continuità con il lavoro fin qui sentito. Anzi, arricchito di qualche influenza che finora era rimasta forse un po’ nascosta. Pensiamo soprattutto al prog-rock dichiarato di God is burning, ma anche al kraut rock della circolare Magma (FLOW). Per il resto, l’armamentario di trucchi (nel senso più che buono del termine) e raffinatezze è quello a cui ci ha abituato: dalle concretezze della manipolazione sonora di scuola classica alla drone music, dalle soundtrack per il cinema e le installazioni alle produzione elettroniche più intelligenti (pensiamo che tra i santini che tiene sul comodino virtuale Bajardi ci siano senza dubbio i Boards of Canada, ma anche l’attitudine anti-antropocentrica degli Autechre).
A voler dare una chiave unitaria di interpretazione del disco, diremmo che c’è una tensione spirituale esplicita, talvolta quasi meditativa e mistica, alla quale finora Bajardi non aveva dato tutto questo spazio. Pensiamo a brani dall’intimismo domestico come Ringing, con il suo pianoforte che sa di spalla su cui confessarsi; o alla preghiera di Aleare, che sembra sferzare e carezzare allo stesso tempo, quasi come un cilicio dell’anima. Non manca l’ironia, come il finale (Lie in the sky) volutamente alla Mike Oldfield, che per certi versi potremmo definire l’ABBA dell’ambient. Un discorso a parte merita la lunga (36 minuti e spicci) suite aggiunta a mo’ di bonus track. What Colour is God è una composizione per violino e una piccola orchestra di strumenti che è rimasta nel cassetto per diversi anni e che nasce da un lavoro di cut up sull’archivio personale di Bajardi: un lavoro “di risulta”, che però assicura un viaggio completo all’interno del mondo sonoro di Bajardi. Prendete posto anche voi.
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