Recensioni

Neozelandese classe 1990, subito acclamato in patria, Marlon Williams si afferma tra gli esordienti da ricordare in questo 2016, sia in sento lato sia a maggior ragione all’interno dell’area in cui si muove, quella della tradizione vieppiù acustica ma aperta a innumerevoli deviazioni. Il primo passo da solista del giovane songwriter, infatti, fa da una parte tesoro del proprio background – la cultura Maori, l’esercizio vocale nel coro di una chiesa, l’esperienza nella band The Unfaithful Ways, la collaborazione con Delaney Davidson… – ma dall’altra tende a rendere più dinamica la materia folk, country e bluegrass senza pregiudizi di sorta. Per mandare in porto un’operazione simile, il nome è quello giusto: l’altra Williams ben più nota e storicizzata, Lucinda, se lo è già visto aprire alcuni concerti per lei, in una sorta di simbolico passaggio di testimone.
Prodotti assieme al fido Ben Edwards, i nove brani di questo omonimo album sono appunto abbastanza eclettici (“Ogni canzone è un personaggio”), seppur risultando nell’insieme coesi. Di certo colpisce immediatamente la traccia che apre la scaletta, già estratta come singolo: la veloce Hello Miss Lonesome ha la forza coinvolgente dei piccoli classici e si potrebbe situare a metà strada tra i Mumford & Sons, se non fossero poi divenuti una giostra commerciale, e i Wall Of Voodoo più polverosi. After All rallenta il passo con elettriche Sixties e ritornello melodico in puro stile Beatles. Dark Child ha il tempo di partire intimista e crescere via via in intensità rock, un po’ come se Jeff Buckley avesse applicato il suo lirismo a una maggior classicità (si pensi pure a Sam Amidon). Il successivo episodio, I’m Lost Without You, è in realtà la rilettura di un pezzo composto da Teddy Randazzo e Billy Barberis, interpretato negli anni 60 da Bill Fury: pop con archi sontuosi, tastiere dreamy e piglio drammatico che farebbe stringere la mano a Roy Orbison e Richard Hawley. Anche la pacata Silent Passage e un’androgina When I Was A Young Girl non sono autografe: la prima è recuperata dall’unico disco di Bob Carpenter del 1974, la seconda è un traditional fatto proprio tra gli altri da Nina Simone e Feist (quasi sei minuti di reading sofferto, quasi dark gospel, quasi Antony Hegarty che si misura con l’immaginario di Johnny Cash).
Tornando al materiale scritto di proprio pugno, l’essenzialità di Lonely Side Of Her (con i cori della compagna Aldous Harding ben udibili), il riuscito storytelling spettrale di Strange Things e il cantautorato più didascalico eppure soulful della finale Everyone’s Got Something To Say ribadiscono le potenzialità di un nome di cui, in prospettiva, è quasi certo che sentiremo parlare a lungo.
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