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Guardare Fran Lebowitz – Una vita a New York è come recarsi dai parenti più anziani per chiedere loro com’era la vita al tempo in cui erano giovani e cosa ne pensano dei tempi moderni. Anzi, è perfino meglio. Perché Fran Lebowitz si dà il caso sia un’autorità per quanto riguarda lo studio del cambiamenti di una società nel tempo e uno dei critici più rinomati nel campo degli studi sociali (Social Studies è anche il titolo del suo secondo libro). Se non la conoscete, non vi spaventate. Non si tratta di un nome molto noto in Italia, tant’è che manca persino una pagina dedicata su Wikipedia nella nostra lingua, ma la sua figura sembra contenere l’essenza stessa di New York e dell’essere newyorchese. Non stupisce quindi l’avvicinamento e l’amicizia nata con Martin Scorsese (dio solo sa quando, in un clip infatti veniamo a sapere che nessuno dei due ricorda dove o in che modo si siano conosciuti, sicuramente a un party dice Lebowitz), che rinnova la sua collaborazione con la scrittrice americana dopo averla già diretta in un progetto molto simile realizzato per la HBO nel 2010 (Public Speaking) in cui il regista di Taxi Driver si divertiva a seguirla e riprenderla per i suoi numerosi convegni pubblici, e non facciamo alcuna fatica a capirne il motivo.

Ascoltare Fran Lebowitz dire la propria su ogni genere di argomento è esilarante e appagante al tempo stesso, perfino se non si condivide in pieno il suo giudizio, ma per il semplice gusto di abbracciare un punto di vista unico e riconoscibile. Nel corso dei sette episodi che compongono questa miniserie prodotta da Netflix (alla terza collaborazione con Scorsese dopo il documentario Rolling Thunder Revue su Bob Dylan e The Irishman), sentiremo una tra le autrici più apprezzate a livello internazionale e vera icona di New York dire la sua su argomenti che spaziano dalla planimetria della Grande Mela, l’insensatezza delle panchine e della pavimentazione di Times Square, al suo odiare gli sport, il suo rapporto con i mezzi pubblici, l’ossessione del mondo contemporaneo per il benessere o per l’arte, sui costumi dell’America tutta e sull’importanza fondamentale di un luogo per lei sacro come le librerie (purtroppo sempre di meno nel panorama cittadino). Ascoltare Fran Lebowitz equivale quasi a instaurare un dialogo tra i pensieri della scrittrice e alcune delle nostre stesse preoccupazioni e/o desideri che lei affronta quasi come bere un bicchier d’acqua o accendersi l’ennesima sigaretta (a proposito, si parla anche del ruolo del fumo nello spettacolo e delle norme relativamente recenti che proibiscono il fumare nei luoghi pubblici).

Su ogni opinione espressa, aleggia la risata incontrollata e sardonica di Scorsese che pare ritrovarsi pienamente nei ragionamenti del suo soggetto di indagine: non ci troviamo dalle parti del documentario vero e proprio quanto più del tentativo (più o meno riuscito deciderete voi) di ricostruire una certa immagine idealizzata di New York attraverso gli occhi di un’acuta osservatrice, meticolosissima, viziata e snob in maniera del tutto originale, dedita al suo lavoro (sebbene non pubblichi un libro dal 1981, se escludiamo una raccolta e un testo per bambini) e alla lettura di ogni testo possibile (anche di quelli che le vengono suggeriti da amici), irascibile e rancorosa oltre ogni dire, completamente allergica a ogni forma di tecnologia moderna (non ha uno smartphone, né un cellulare, né internet, ma dice di vivere perfettamente con un telefono fisso e una cassetta dove ricevere la posta). In mezzo ai dialoghi (spesso botta e risposta) con il pubblico incontrato ai convegni o con lo stesso Scorsese, la vediamo duettare con altre personalità dello spettacolo come Alec Baldwin, Spike Lee e Olivia Wilde (due newyorchesi e un regista che in quella città ci ha costruito un’intera carriera) in una sorta di late show per proporre al meglio l’essenza del personaggio al grande pubblico (a proposito, per un approfondimento maggiore recuperate le sue ospitate al David Letterman Show e anche quelle agli ultimi late show come da Jimmy Fallon) e anche allora non capiremmo fino in fondo il suo atteggiamento se non rapportandolo completamente alla città di New York.

Probabilmente è la cosa più vicina di Scorsese a un film di Woody Allen; anche il regista di Manhattan e Io e Annie non esiste senza la sua città, così Fran Lebowitz, newyorchese nata a New Jersey e innamoratasi poco più che ventenne della città più frenetica, pericolosa, ansiogena e sporca al mondo. Tutte qualità per la scrittrice. In fondo, chi vuole vivere una vita agiata in un tranquillo sobborgo quando esiste New York City? Dedicato a Toni Morrison, Pretend It’s a City (questo il titolo originale) è un documento imprescindibile per chiunque abbia subìto il fascino della città più pubblicizzata al mondo e anche per chi non è affatto attratto, che – non ne dubitiamo – rimarrà della propria idea, ma magari avrà certamente ampliato i propri parametri di giudizio.

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