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E in principio fu Lo chiamavano Jeeg Robot, pellicola che riportava in primo piano l’attenzione dei produttori italiani verso il genere superomistico, lanciato proprio da queste parti con il Diabolik di Mario Bava. Dopo toccò a Veloce come il vento, che con la pellicola precedente condivideva due peculiarità: il produttore, Matteo Rovere, e la volontà di provare a riportare in auge il cosiddetto cinema di genere dopo il cinecomic, il film sportivo. Su un altro campionato, quello della morente commedia all’italiana, contemporaneamente ai film fin qui citati provava Perfetti sconosciuti a rimescolare le carte in tavola, per tentare finalmente di voltare pagina, e dimenticare anni e anni di commediacce mal dirette, mal scritte e male interpretate; lo faceva con una pretesa di autorialità non indifferente, ma dalla sua aveva un concept, un’idea forte, rivelatasi vincente e appetibile per il mercato estero (parecchi competitors, tra cui Stati Uniti, ne acquistarono i diritti per l’inevitabile remake). Tre anni dopo, spiace constatare come nel panorama produttivo del cinema italiano sia cambiato poco o nulla, e questo inizio 2019 ce lo conferma direttamente. Dati alla mano, il periodo festivo si regge ancora sulle spalle del cinepanettone (con l’ingegnoso ritorno della coppia Boldi-De Sica), di quello camuffatto da film storico (Moschettieri del re, che a dir la verità non è andato benissimo al box-office) e di quello più appetibile per le famiglie (La befana vien di notte).

Da inizio anno si sono susseguiti in sala tentativi di riproposta del solito canovaccio comico, il film-impalcatura al servizio di gag elementari sorrette da questo o quell’attore. Si pensi ai pessimi Attenti al gorilla, L’agenzia dei bugiardi e Compromessi sposi (per giunta, questi ultimi due remake) o al mediocre tentativo di commistione con il crime-movie Non ci resta che il crimine. Nelle prossime settimane toccherà al 10 giorni senza mamma (interessante ma derivativo) di Genovesi e a Modalità aereo di Brizzi, ma è improbabile una qualche sorta di rivoluzione in materia.

Tutto questo excursus per ricondurre i binari dell’analisi all’unica domanda fondamentale: il panorama produttivo cinematografico italiano è cambiato? Gli esempi di Rovere, Mainetti e Genovese sono stati seguiti? La risposta è sostanzialmente un NO, ma con degli inevitabili asterischi. A tre anni da Lo chiamavano Jeeg Robot sembra che il coraggio produttivo appartenga sempre agli stessi (pochi) nomi, e il nuovo caso mediatico in arrivo ne è l’esempio diretto: Il primo re è un film prodotto e diretto da Rovere (e oltre a Groenlandia e Rai Cinema, si segnala la presenza importante di partner europei). Lungi dal voler addossare responsabilità di sorta alla pellicola incentrata sulla storia leggendaria di Romolo e Remo – anche perché sarebbe del tutto ingiusto – è però rilevante come parte della stampa si mobiliti sempre a muovere un vero e proprio vespaio quando una produzione nostrana si azzarda a guardare appena un po’ al di là dei (troppo) consolidati schemi. Sulla carta l’operazione potrebbe pure avere qualche bell’asso nella manica da giocare: 8 milioni di euro di budget per un film recitato interamente in una lingua morta (una specie di proto-latino) e ambientato poco prima della fondazione di Roma. Un’altra volta parliamo di un concept forte, di un’idea che – se adeguatamente gestita – potrebbe essere ben venduta ai mercati esteri (specialmente a quelli anglosassoni, da cui potrebbero arrivare gli introiti maggiori) e con la carta in più di una lingua sottotitolata in tutti i paesi del mondo (quindi non doppiabile).

Venendo al film vero e proprio, tuttavia, gli entusiasmi calano sensibilmente. Dopo una prima sequenza davvero impressionante, in cui i due protagonisti della storia (e della Storia) vengono travolti dalla furia del Tevere esondato, a cui ne seguono altre stilisticamente interessanti come quelle ambientate durante la breve prigionia e lo scontro nell’arena tra i detenuti (tutte in grado di mettere in risalto il lavoro del direttore della fotografia Daniele Ciprì), Il primo re si incanala abbastanza presto nella scia del survival movie. L’impalcatura visiva soddisfacente di Rovere, infatti, non riesce a sopperire alla mancanza emotiva di una sceneggiatura a tratti prevedibile e a tratti troppo sbrigativa, in cui il sottile lavoro sulla psicologia di due personaggi così legati ma anche profondamente diversi – interessantissima è in questo caso la contrapposizione tra quella che è una sorta di proto-illuminismo di Remo e la spiritualità dogmatica di Romolo – è vanificato essenzialmente da un finale raffazzonato che rischia di minare quel realismo così lucidamente ricercato fino a quel momento. Notevole, comunque, risulta il lavoro del cast, in cui spicca ancora Alessandro Borghi, l’unico volto apparentemente in grado di fare da collante per un nuovo star-system italiano, capace di aderire perfettamente alle esigenze del cinema d’autore (Non essere cattivo), del film d’inchiesta (Sulla mia pelle), della serialità digitale (Suburra – La serie) o di altre meno ambiziose (Napoli velata).

Il primo re rimane comunque un tassello importante nella nostra tradizione, il cui sguardo, più che rifarsi ai mitici peplum degli anni Cinquanta, è rivolto agli esempi de La passione di Cristo e Apocalypto di Mel Gibson, alla stilizzazione (anche se non così estrema e rivoluzionaria) di Valhalla Rising di Nicolas Winding Refn, all’epica naturalistica di Revenant – Redivivo (dove però lì il modello era l’epopea passionale della New Hollywood), all’obbrobrio (grammaticalmente parlando) offerto dal 300 di Zack Snyder. Però non parliamo più di rinascita del cinema italiano.

30 Gennaio 2019
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