Recensioni

6.6

«Imbarazzante», è questo l’aggettivo che un delegato dell’Unione Europea ha usato per definire uno degli ultimi incontri con Theresa May, rea di non aver nemmeno lontanamente pensato a un piano B per la Brexit. Lo stesso attributo piove da più parti negli ultimi giorni: da Jeremy Corbyn, che lo riserva al governo Tory, ai molti parlamentari britannici che sono alle prese con estenuanti votazioni che dovrebbero regolamentare il risultato del referendum del 2016.

Matthew Herbert è stato uno dei primi a provare imbarazzo, lo ha fatto già nel giugno di, ormai, tre anni fa, quando, dopo mesi e mesi di attivismo pro-Remain e contro l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, ha deciso di imbarcarsi in un Apologies tour. Sì, proprio una serie di concerti in continente durante i quali il musicista e la sua Brexit Big Band chiedevano scusa a tutti a suon di brani inediti e cover. Herbert, assieme a Jarvis Cocker – di cui Rough Trade Book ha pubblicato qualche mese fa due discorsi pro-UE nel pamphlet Good Pop, Bad Pop – è tra i musicisti più impegnati a ribadire quanto la Brexit sia una pazzia. L’ultimo tassello di questo percorso politico è la «collaborazione artistica e musicale [di] comunità che prevalicano i confini nazionali».

Eccoci quindi a The State Between Us, un progetto che coinvolge più di mille artisti e che testimonia cosa significhi essere cittadini britannici in questi giorni difficili, confusi e incerti. L’album di Herbert è in realtà un confortevole abbraccio, un auspicio di fratellanza e comunione sociale in un periodo in cui Londra, Washington e Roma stanno goffamente tentando di dimenarsi tra muri, porti chiusi, crepe sociali e crisi politiche. I frammenti che compongono The State Between Us vanno dalla drammatica Fiesta all’emozionante The Tower, passando per la speranza di Women Of England e la contemplativa Where’s Home.

Ci troviamo così a una nuova testimonianza di come alcuni artisti non voltino le spalle agli eventi socio-politici e, allo stesso tempo, di come la musica abbia ancora qualcosa da dire in merito alle dinamiche storiche, alimentando così il dibattito democratico. La canzone politica è viva e lotta insieme a noi, in un certo senso dovremmo ringraziare la Brexit e Trump per tutto questo, nella speranza di svegliarci quanto prima da questi brutti sogni.

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