Recensioni

Per inquadrare correttamente la vita, oltre che la carriera, di una cantante come Mavis Staples servirebbe un libro. O forse un documentario come MAVIS!, che approderà su HBO a fine febbraio. Intanto, dopo un EP di sole quattro canzoni, ma che mostrava ancora tutta la classe di cui è portatrice sana, la ultrasettantenne regina del soul di Chicago torna con l’ennesimo disco lungo, dopo aver ritirato anche il secondo Grammy Award alla carriera (forse un po’ pochino, ma non lamentiamoci troppo).
Il disco è più gioioso di quello che si potrebbe aspettare l’ascoltatore occasionale. Ma, come la signora stessa ha anticipato (ve lo raccontiamo anche noi nella scheda dell’album), è stata una sua espressa richiesta agli autori: canzoni solari, gioiose. Insomma, dopo sessant’anni buoni di carriera passati a calcare i palchi dei club e dei festival di tutto il mondo (Porretta Terme compresa), c’è ancora la voglia di cantare, di trasmettere emozioni, energia. Tanto di cappello.
Cosa aspettarsi allora da queste dodici tracce, che vedono anche la collaborazione di Nick Cave (Jesus Lay Down Beside Me, una ballad poco murder e molto torch), M Ward (Don’t Cry, un programmatico high tempo in salsa country soul), Justin Vernon, Ben Harper, Neko Case (una prescindibile History Now) e tUnE-yArDs (Action, forse uno dei picchi del disco)? Certo non la novità, il guizzo sorprendente, ma tutte le increspature di una voce che non ha mai smesso di declinare in note il verbo della black music. Spesso raccontando di vite difficili, di emarginazione, di scoramenti di fronte a Dio, meno spesso di gioie di vivere su di un acuto. Sempre, però, è valsa la pena di ascoltare.
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