Recensioni

6.5

Del disco si sarebbe dovuto parlare nelle ore immediatamente successive, assieme alla prima linea dei blogger internazionali; farlo qualche giorno dopo lo fa diventare materia per editorialisti, e dunque eccoci qui, a 10 giorni dai fatidici VMA in cui Miley Cyrus ha eseguito in diretta il pezzo Dooo It annunciando, nel contempo, il free download di Miley Cyrus and Her Dead Petz, a parlarne, con la noia di averne già letto – anche troppo – in rete.

Il mondo del biz hip hop ci ha spiegato tutto ciò che poteva riguardo a musica che vive unicamente di contesto (o che con quello si rappresenta in quanto contenuto) e, senz’altro, una delle sue protagoniste più recenti, Nicki Minaj, si è presa tutte le libertà che le venivano concesse per dirlo forte, raccontandosi attraverso una fiction di intimità, soul e gansta. In un mondo parallelo tutt’altro che improbabile avremmo trovato la Cyrus nei feat. di Pinkprint; in futuro, appianati i dissing, una collaborazione accadrà senza strabuzzo di nessuno. Per ora abbiamo una ragazza che, esattamente come il lato bianco delle popstar statunitensi prima di lei (vedi Katy Perry e Taylor Swift), si è lasciata alle spalle un’adolescenza in cui doveva incarnare i buoni valori americani (via country o via Disney è uguale), per entrare in una fase più spregiudicata e legata alla sessualità, fatta di pose esplicite e provocazioni varie. Nel caso di Miley la cosa è avvenuta in un modo più sfacciato e slabbrato del solito, senza i paraventi artistici à la Gaga, annullando così anni di militanza Hanna Montana (che per la cronaca è una serie Tv firmata Disney). Ne è venuto fuori Bangerz, un disco prodotto da Mike Will Made It tra l’happy e il sad, ovvero tra un lato springbreakers e uno heartbroken. E come per la Minaj, anche lì si è fatto come si era fatto per tutti e tutte: bassoni e trap rap modaiolo da un lato e super ballad stellestrisce dall’altro, con tanto di video-palla-leccate-varie che diventa meme e fa di lei un fenomeno mediatico superiore ad ogni elemento ponderabile tra i singoli fattori, siano essi artistici, performativi, umani o di contenuto musicale di per sé.

Poi accadono cose non meno – ma più – importanti: i social, Instagram. Wayne Coyne, che ne è un consumatore smodato, dopo il naufragio della laison con Ke$ha, vede in Miley un sogno che diventa realtà: la prende sottobraccio, si fa chiamare e la chiama ai concerti, fanno una cover dei Beatles, dicono che le faccia fumare dell’ottima erba, tutto marketing; negli USA l’erba è una faccenda sempre più depenalizzata e quotidiana, di cui si parla anche troppo e a tutti i livelli. Dunque sbottare agli VMA con Yeah I smoke pot, yeah I love peace / But I don’t give a fuck, I ain’t no hippy con bassoni e nu trap, è folk music per il suo pubblico di riferimento, linguaggio immediato e traducibile nel quotidiano di una generazione post-tutto ma ancora radicata nei gangli dell’auto rappresentazione slaker (ciao Beck) e street (N.W.A) dei 90s. Del resto, nel nome della libertà di scelta, il sii felice e trova una strada nella vita è ciò su cui si basa la costituzione dei padri fondatori USA, e ciò che Cyrus ha deciso di fare: non essere più un Robot nelle mani di chi la voleva Miley Stewart a vita, col solo grosso “ma” che ogni album di Miley si è calato in un contesto di riferimento ben preciso e aveva un pubblico che l’aspettava (era il robot di qualcuno), e così anche questo lavoro dedicato ad animali domestici morti durante la sua lavorazione e prodotto su tinte vintage psych altezza Yoshimi da Coyne.

Diciamolo subito. Il disco non è neanche per un secondo un suicidio discografico, soprattutto perché la major di riferimento, la RCA, non lo considera un problema, non lo conta neppure come album. Non ci troviamo nella casistica di Broke with Expensive Taste, il disco su major che Azealia Banks doveva fare uscire e che si è vista invece ritardare all’infinito (per poi riuscire finalmente a produrlo da sola). L’album è su Soundcloud for free, non conta come seguito di Bangerz e, anzi, servirà per lanciare il nuovo disco, quello vero, ancora più in grande. Dead Petz è una session semilavorata costata 50.000 dollari, anche troppi considerando il costo di una produzione del genere: una collezione casalinga di ben 23 tracce, un disco lunghissimo, inutile e (sì) cinico, perché baro proprio sulla carta che vorrebbe sbandierare: il diario un po’ fumato e semiserio di una ragazza che canta della vita e della morte e, a lato, di qualche esperienza sessuale, senza farlo veramente (Bang Me Box). Tutto si risolve in più di novanta lunghissimi minuti che durano qualche flick col dito su Instagram.

Abbandonato il lato più spensierato e pop di Bangerz, la Cyrus, sotto l’incantesimo dei Flaming Lips (Karen Don’t Be Sad), è la nuova Yoshimi del caso, e conserva un suo fascino e una personalità emancipati rispetto al disegno più grande del suo burattinaio. In tutta l’operazione, entrambi hanno guardato ai loro reciproci vantaggi, ma è Coyne ad essersi tolto la più grande soddisfazione: ha trovato il modo di far entrare il suo mondo di bislacca quotidianità bohemien direttamente dalla porta dell’ultimo grande appuntamento musicale internazionale firmato MTV, e da lì farlo arrivare su internet, e dunque a tutti noi. La sua mission di individualismo e felicità è, anche qui, tutta americana, con la differenza che i Dead Petz non servono a nessuno, neanche a chi li ha visti morire. Sono morti. E’ un disco, questo, che esiste soltanto all’interno della sua distratta estemporaneità, l’esternazione di una crew un po’ freak che – solo se lo decidiamo – dobbiamo anche sopportare. E quindi mettiamoci dentro anche il padre di lei, Billy Ray Cyrus (Miley Tibetan Bowlzzz), e Ariel Pink (Tiger Dreams), che, pure quando dorme, è in grado di scrivere pezzi migliori di questi.

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