• set
    01
    2017

Album

Rock Action

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Anche se gli ultimi lavori dei Mogwai non avevano convinto tutti (e spesso a ragione), una critica che non si può muovere al complesso scozzese è di non avere cercato di evolversi attraverso idee ed esperienze nuove. Cosa che puntualmente fa con quest’ultima fatica, che è per molti versi una sintesi dei tanti caratteri della band (melodico, sperimentale, atmosferico, rumoroso, hardcore…). Every Country’s Sun è un disco che suona familiare e allo stesso tempo mostra particolari che spiazzano, proprio come l’accoppiata tra i due brani iniziali: Coolverine, che è una classica progressione strumentale dei Mogwai – ipnotica, melodica e bellissima – e Party in the Dark, straniante perché è una song fatta e finita in cui i Nostri prendono di petto la forma canzone e il pop come forse non avevano mai fatto prima (più che in Rock Action e meglio che in Hardcore Will Never Die, But You Will)Li si potrebbe scambiare per qualcun altro o quasi –  i Flaming Lips che si accoppiano con gli Slowdive – anche se si capisce con chi abbiamo a che fare dai suoni di fondo, arricchiti dall’esperienza delle soundtrack (Les Revenants e Atomic) e manipolati saggiamente da Dave Fridmann (al ritorno in consolle, dove non si vedeva dai tempi di Rock Action).

In effetti anche se è l’unico pezzo del genere con voce-strofa-refrain, Party in the Dark suona diverso ma non fuori tema nel confronto con lo strumentale che lo precede e con quelli che seguono: i Mogwai partono quasi sempre da un motivo riconoscibile, che lavorano facendolo progredire – l’arpeggio ostinato di Crossing the Road Material che si trasforma in frase melodica che si trasforma in un groove degno dei Neu! che si trasforma in finale incandescente… – e il loro è un songwriting nel vero senso della parola pure se in forma strumentale. Una composizione fatta di temi immediati, se non vogliamo dire orecchiabili, controtemi, pause, sviluppi, riprese e sfondi sonori mutanti che nascondono piccole meraviglie (quanto può essere suggestivo l’accordion di Coolverine?). Dal tempo in cui pure il post-rock è diventato una formula non meno della canzone, gli scozzesi sono abili lo stesso a girarci intorno, se si tratta di fare lievitare il loro lato melodico (Don’t Believe the Fife) o di buttarlo dalla finestra. Infatti, se in 20 Size che ricorda i June of 44 per il misto di eleganza e cerebralismo post-hardcore, si sentono le prime sterzate noise, è solo un antipasto di quello che seguirà con il poderoso crescendo rock di Battered at a Scramble e la saturazione delle chitarre post-metal della title-track. Ci troviamo a pensare una seconda volta curiosamente ai June of 44 (il math-rock di Old Poisons), gran band poco celebrata a posteriori, e soprattutto al percorso dei Mogwai, che assomiglia sempre più alle loro “canzoni strumentali”: sembrano girare intorno allo stesso tema ma lo ripropongono di continuo da diverse angolazioni rendendolo avvincente.

Pur non essendo una rivoluzione copernicana, Every Country’s Sun convince sia per le scelte sonore – varie ma in fondo coerenti – sia – ed è la cosa più importante – per la qualità dei pezzi. Chiamarlo “il disco della maturità” fa torto a una band che ha un percorso complesso e articolato; è l’album che dimostra una maturità stra-consolidata e dissemina seri indizi di una rinnovata (e ritrovata) ispirazione.

31 Agosto 2017
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