Recensioni

6.5

Ovviamente ci sono persone che con Morrissey hanno chiuso a prescindere. Da troppo tempo la battaglia dell’ex Smiths contro il mondo crudele e avverso ha assunto toni grotteschi e sgradevoli. Difenderlo è diventato difficile anche da parte di chi (e siamo in tanti) vede il Moz come lo zio che ai pranzi di famiglia mette la tavolata in imbarazzo con uscite fuori luogo. La cosa migliore è partire dalla musica. Perché (questa è la bella notizia) per una volta si può parlare della musica senza parlare del Morrissey arrogante e cialtrone. Con gli scorsi due album questo riusciva difficile, tanto il rancore e la paranoia dell’accerchiamento si era insinuata nei suoi testi. Questa tendenza sembra essere stata finalmente abbandonata, o per lo meno confinata ad un paio di episodi. Certo, c’è quella title track in cui il Moz ci ricorda come la stampa malvagia ce l’abbia con lui («Oh, maybe I’ll be skinned alive / By Canada Goose because of my views»). Ma il tono è leggero, la melodia ispirata, e in fondo questo è il tipo di retorica che il Nostro porta avanti dai tempi di Bigmouth Strikes Again.

Dall’ultimo (pessimo) Low In High School, sono cambiate molte cose, per lo più in meglio. Non è cambiato, invece, il produttore. Si tratta dello stesso John Chiccarelli che si è occupato degli ultimi due lavori. È cambiato però il sound, specie se si pensa ai primi secondi dell’album. L’opener Jim Jim Falls ci accoglie con un groove electro funk che rappresenta la più radicale dipartita dal guitar pop mai sperimentata dall’artista. Si tratta di una scelta tutto sommato vincente, sebbene il tentativo di far convivere sotto questa veste sintetica orchestrazioni cinematiche, fiati mariachi e amenità vaudeville (come il clavicembalo di Love Is On The Way Out) non suoni sempre ben calibrata.

L’altro elemento di novità è rappresentato da escursioni in territori relativamente nuovi. Ad esempio il soul di Bobby, Don’t You Think They Know?, in cui la versatile voce di Morrissey si avventura in un duetto con l’ex diva della disco music Thelma Huston (quella di Don’t Leave Me This Way), riuscendo sempre a suonare potente ed elegante. C’è poi il pensieroso synthpop di Once I Saw The River Clean, in cui il tappeto electro si interseca con chitarre wave servendo così uno dei più toccanti ricordi dell’infanzia imbastiti dall’artista. Per il resto, i consueti collaboratori Jesse Tobias e Gustavo Manzur hanno confezionato per l’ex Smiths alcuni dei migliori temi ascoltati dai tempi di Years Of Refusal. Il Nostro li asseconda con storie di passioni sopite (Darling, I Hug a Pillow) e consigli da veterano riguardo alle avversità della vita (Knockabout World), tornando a toccare punte di eccellenza con la splendida What Kind of People Live in These Houses?, elegia compassionevole dell’inglesità (aggiornata ai tempi della Brexit) che rimanda direttamente a quella di Everyday Is Like Sunday.

Tutto bene, dunque? Quasi. Si sarebbe potuto benissimo chiudere con la delicata The Truth About Ruth e avremmo avuto uno splendido album di nove pezzi. Invece ci dobbiamo sorbire anche un’insipida My Hurling Days Are Done e gli otto, inspiegabili minuti di The Secret Of Music, la cui circolarità e assenza di climax può essere spiegata solo con il tentativo miseramente fallito di scrivere una nuova How Soon Is Now?.

A parte questi scivoloni finali, il tredicesimo album di Morrissey rappresenta una gradita inversione di tendenza rispetto all’inaridimento artistico che aveva contraddistinto gli ultimi due album di inediti. Una solida raccolta, che a tratti ci ricorda perché in un tempo che sembra ormai lontanissimo, ci siamo innamorati di questo insopportabile cialtrone. Se esiste ancora un pubblico disposto ad ascoltare, al di fuori della cerchia dei die hard fan, sappia che questa è la volta buona di tornare ad ascoltare senza pregiudizi.

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