Recensioni

7.4

A volte ne servono a decine, prolungati, messi in pausa, continuati. Altre ne bastano due, il primo che disegna l’impatto fatale, il secondo che delinea la dinamica dell’incidente. Con Nadine Shah, con la sua musica istintuale e materica, potrebbe addirittura bastarne uno solo. Ma poi la complessità del suo messaggio politico – ogni scelta è politica, figuriamoci se non lo sarà un album dedicato alle scelte – richiede un’attenzione massiccia che ti porta a riascoltare, e a farlo ancora, sottoposta a piccole scosse neuronali che stuzzicano e affilano la nostra voglia di ricerca. I dischi di Shah, quattro a oggi, scrivono una mappa ben precisa di cosa il cantautorato femminile vuol discutere, e lo fanno con la grazia potente e sofferta di chi conosce molto bene la lingua e la storia che si sta raccontando. Ma ora basta, parliamo di suoni.

Dal debutto nel 2013 con Love Your Dum e Mad , e poi altri dischi capaci di esplorare tematiche spesso scomode come la salute mentale, l’islamofobia, la crisi dei rifugiati e il femminismo, Nadine Shah ha sempre mischiato sapientemente ottimo pop e post-punk a un’ironia quasi gotica e a una personalità pungente. Nel 2018 il suo Holiday Destination, racconto sonoro del dramma dei rifugiati siriani, si era guadagnato una nomination ai Mercury Prize, e oggi il suo quarto album, Kitchen Sink, arriva dritto come uno schiaffo in faccia al risveglio.

Con una copertina vintage che ricorda i party casalinghi anni ‘70, la cantautrice di Whitburn, affronta maree e bufere legate al mondo femminile, alla sensazione di invecchiare e quasi senza averne il diritto, oltre che a fenomeni molesti come il gaslighting e il catcalling. Senza smettere di essere politica, ma puntando l’attenzione all’emisfero privato dell’essere una donna di trentaquattro anni, Nadine Shah scrive una critica aspra e intima del panorama tossico e castrante in cui pregiudizi, commenti ironici, instabilità lavorativa tornano a farla da padrone. Certo, se sei una donna. La densità di un disco come Kitchen Sink la si può percepire immediatamente: tutto trabocca emotività scoperte, cruda rabbia e grinta punk.

Proprio esplorando aspettative e fallimenti della società che le donne di ogni ceto sociale affrontano, i testi della Shah cantano una carica collerica capace anche di ironizzare sulle pressioni che tendono a soffocarci. La voce di Nadine, fumante come le notti instancabili, abbraccia luridi ottoni e frustate liriche, per un album in cui le linee di chitarra tagliuzzano i corpi così come lo fanno le parole e gli sguardi: e i cori, che spesso si riempiono di ululati, sirene, synth e fiati, giocano su un contrappunto disturbante e sensuale, mentre le percussioni sanno farsi minacciose e barcollanti.

Il nuovo lavoro dell’artista inglese affronta il ruolo femminile e si chiede se davvero qualcosa sia radicalmente cambiato. Con sonorità che ricordano ora i Talking Heads di Naked ora la spettralità fangosa di Anna Calvi, ora ancora l’a-materialità di Björk, Kitchen Sink snoda una linea verticale in mezzo al crogiolo di contraddizioni e stereotipi che lavora sottotono per rafforzare le disuguaglianze, e lo fa ponendo le giuste (e a volte estreme) domande: «Radi le mie gambe, congela le mie uova, mi vorrai quando sarò vecchia?» si interroga nella corrosiva Trad mentre la propulsione percussiva sembra scandire il ticchettio di un orologio biologico che odora di condanna. C’è un umorismo affilato e noir nella bizzarra descrizione della categorizzazione dei rapporti interpersonali, lunatici e privi di prospettiva.

Ho apprezzato molto la scelta di concentrare due diversi tipi di eccitazione, lungo l’ascolto del disco: uno, primigenio e frenetico, votato al ronzio ossessivo di sintetizzatori e batteria martellante, e l’altro più disteso, presente nella seconda metà del disco, che si muove più lento, vittima di una stanchezza totalmente possibile dopo l’impeto bellicoso. Perché alla fine Kitchen Sink è una raccolta astuta e inventiva di funky noir-pop che abbina commenti ironici e sociali ad accordi nitidi e cosmopoliti per parlare delle figure femminili che adora, «le neo-mamme, le rockstar, quelle che dubitano di loro stesse e che hanno bisogno del nostro supporto, quelle che stanno male ma mostrano una forza incredibile». Accenni di blues, post-punk, radicalità rock sembrano decostruire un’immaginario musicale in cui la donna può sentirsi libera dalle imposizioni che talvolta arrivano proprio dai demoni interiori, «Smetti di contarti gli anni, smetti di fasciarti la testa, smetti di alimentare le tue paure».

Il funk arioso di Club Cougar fa da apripista per la complessità strutturale di Ladies for Babies (Goats for Love), così sinuosa ed evocativa grazie al cantato maestoso della Shah, qui pronta a una chirurgica analisi dei rapporti tra sessismo e fertilità. Nella title track le chitarre si fanno assordanti mentre gli accordi di piano stridono sornioni; è la versatilità della Shah a farla da padrone anche quando gli echi di un passato blues si affacciano nel capolavoro pop-noir Kite.

Questo è il disco di un’artista estremamente consapevole, espressione di tutte le sfaccettature della propria identità, pronta a combattere anche quel sessismo di stampo scientifico che sembra collocare in una zona rossa una donna che a trent’anni non ha figli. Aggiungendo sempre, ancora. Nadine Shah è lieta di informarvi che no, non esiste un orologio mitologico radicato nella vostra realtà biologica. Il tempo non si misura in tappe prefissate, il tempo siamo noi. Lontane dal lavello della cucina.

Voti
Amazon

Ti potrebbe interessare

Le più lette