Recensioni
Nas
Teyana Taylor
Nasir
K.T.S.E. (Keep That Same Energy)
-
Luca Roncoroni
- 3 Luglio 2018


Nella recente bulimia produttiva di Kanye, tra rimunginamenti personali (Ye) e assist serviti ad altri per riaffermare (Daytona) e riesumare (Kids See Ghosts), Nasir doveva essere un’operazione di rilancio-carriera per un Nas ultimamente un po’ in sordina. Il disco è buono ma non buonissimo, e paradossalmente fallisce proprio lì dove avrebbe voluto andare a parare. I beat esaltanti confezionati da Yeezy non mancano (basti l’epicità dell’iniziale Not for Radio) ma ad apparire un po’ fuori forma è proprio la penna di Nas, che vanta flow ovviamente da leggenda vivente, ma in generale non regala troppe lines memorabili e inciampa anche in diversi strafalcioni. Capita nell’eccessivo slancio politico di Not for Radio, dove le idee sono troppe e troppo approssimative, restituendo l’effetto di un fiatone confuso. Peggio ancora succede con episodi piuttosto squallidi come le tante similitudini da scuola media («Like a heart physician who dies from a heart attack», White Label) e nelle opinabili uscite di everything, tra antivaccinismo e misoginia non troppo latente. Le trovate musicali di Kanye salvano la baracca insomma – la sola everything, tralasciando quello che Nas dice, musicalmente è tanta roba – ma ad ascolto concluso resta più che altro la voglia di tornare ad Illmatic e al Nas che tutti vorremmo e dovremmo ricordare. (6.0/10)
Meglio va con il nuovo album di Teyana Talor. Sposa di Iman Shumpert, protégé di Pharrell, musa di Kanye, fulcro del famo(u)so video di Fade: è difficile che la dimensione della modella, ballerina e attrice di NY sia stata autonomamente stagliata fin qui. KTSE non fa eccezione in tal senso, dato che se ne parla soprattutto come il quinto e ultimo episodio della serie Wyoming di West. Eppure musicalmente il tentativo è proprio di lasciare il palcoscenico e l’occhio di bue alla voce della Taylor, che si muove duttile e fulgida sopra un tappeto di beat usciti direttamente dal cilindro del Kanye più Old possibile. Sono produzioni minimali e molto classiche, ricche di soul e basate per lo più sul trinomio rullante spazzolato-chitarrina morbida-campionamento r&b d’antan. Niente di davvero sconvolgente, ma classy ed elegante quanto basta per convincere con gusto. Il buon Kanye decide poi di rimanere umilmente dietro le quinte, salvo un paio di occasioni in cui proprio non ce la fa più a trattenersi: la secca stroncata della coda strumentale di Hurry («No fade outs!») e il beat pazzerello della conclusiva WTP, una divertente hit danzereccia e vogueata il giusto. (7.0/10)
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