• Mag
    25
    2018

Album

GOOD Music, Def Jam Recordings

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Il tanto atteso King Push arriva con un titolo cambiato perché troppo «easy», secondo Pusha T: DAYTONA, un riferimento al suo Rolex preferito, diventa così un riferimento più calzante sia allo status raggiunto che allo scorrere del tempo e all’impegno profuso nella realizzazione del disco. Il sincretico concetto di luxury of time è così un nuovo punto di arrivo nella sua poetica, che continua a partire dalla strada, dalla cocaina e da un fosco immaginario gansta questa volta capace di rivelare ulteriore spessore sotto il canonico binomio aut& bitches. 

È la prima uscita della nuova carrellata GOOD Music in arrivo. Alle spalle di tutto e di tutti, ovviamente, ancora lui, Kanye West, che produce interamente questo disco e i prossimi all’orizzonte (Kid Cudi, lo stesso Ye, Teyana Taylor). Sembra quasi una tetralogia collettiva, con tutti gli album che si preannunciano composti da 7 tracce con l’ombra lunga di un Kanye ritrovato e dalla bulimica prolificità rinnovata. Tra le recenti polemiche filo-trumpiste, il gioco di diss a distanza con Drake e un Twitter personale nuovamente impazzito tra perle filosofiche e deliri assortiti (ne abbiamo parlato qui), questo “nuovo” Kanye resta piuttosto indecifrabile. Aggiungiamoci, ultima in ordine di tempo, la scelta della foto di copertina per questo album: una foto del bagno di Whitney Houston pagato qualcosa come 85mila dollari. Certo è che la produzione di DAYTONA offre qualche indizio: si torna al gusto per il sample polveroso e orgogliosamente vintage-black, con beat scarni e terribilmente efficaci; è un Kanye sorprendentemente (o forse no) a segno, che sembra voltarsi indietro alla sua prima trilogia orsacchiottosa. Leggendo questa mossa da un punto di vista politico, il quadro appare un poco più confuso: radici, blackness, produzioni per un fedele alfiere di una realness stradaiola con un solido passato criminale, che significa? Che nel momento in cui praticamente tutto il mondo hip hop gli volta le spalle accusandolo di tradimento, lui sembra voler dimostrare che bene come lui, questa squisita filologia afro, non sa farla nessuno. La stessa Lift Yourself rimane una virtuosistica presa per i fondelli, risolvendo un beat pazzesco in una divertente trollata semplicemente perché lui può. Come dice Pusha T ridacchiando, Kanye continua a muoversi su un «different level of arrogance».

Lo stesso Pusha del resto politicamente è sempre stato schierato in modo abbastanza netto: e se l’appoggio a Hillary è chiaramente (e per sua stessa ammissione) un utilitaristico e prosaico do ut des – io ti appoggio se tu sistemi una volta per tutte la riforma delle carceri per cui io mi batto da tempo – nelle interviste rilasciate per il disco l’argomento è trattato con le pinze. In sintesi, tra Kanye e Pusha non c’è dialogo politico perché ciascuno riconosce la posizione dell’altro senza voler provare a cambiarla. Una sorta di tacito accordo di non belligeranza che permette ad entrambi di concentrarsi sulla musica da produrre insieme. La quale, in questa occasione, si rivela di validissima bontà. Le anticipatorie e tonitruanti dichiarazioni di Pusha non erano così campate per aria, e dopo l’esaltante Darkest Before Dawn l’asticella è mantenuta bella alta, segnando verosimilmente uno degli apici qualitativi di quest’anno. La strada e la droga danno quasi sempre il via, e Pusha gioca continuamente sulla sua duplice veste: quella del drug dealer e quella del rapper. The Games That We Play sono così i due mondi, in lui convergenti, dello spaccio e dell’hip hop. I riferimenti e i tributi sono tanti: la non necessità di ospiti esterni, per cui è in grado di gestire l’intero album da solo, è un’occasione per esplicitare il debito al Wu-Tang Clan («I am your Ghost and your Rae», riferimento a Ghostface Killah e Raekwon), ma lungo il disco innumerevoli sono i rimandi a Tupac, a Nas e ad altri numi tutelari. 

La spacconeria da pusher arricchito trova comunque un lucido e necessario contraltare nella catarsi di pezzi come Santeria, dove il dolore per una perdita e gli inner demons di Pusha vengono affrontarti e riscattati con una forza ben distante dal piagnisteo solipsista del Drake più emotivo. E proprio le frecciate a Drizzy sono l’altro grande buzz mediatico che sta spingendo il disco. In sostanza la questione è che Pusha lo accusa di farsi scrivere i pezzi da altri, mentre Drake risponde provando a smontare l’aura da pericoloso criminale su cui gioca continuamente («You might’ve sold some college kids some Nikes and Mercedes / But you act like you sold drugs for Escobar in the ’80s»). Sono onanistiche quisquilie da rap-game che lasciano il tempo che trovano, e sono al più sintomatiche di un arroccamento di Kanye e dei suoi fedelissimi contro il resto del mondo. 

La produzione di West, dicevamo, si muove su uno scarno passatismo fragrante ed efficace, che parte spesso da recuperi post-dilliani nei tradizionali beat boom bap che vengono qua e là arricchiti da uno-due elementi campionati chissà dove: il disadorno riff di chitarra di The Games That We Play, l’incalzante fraseggio pianistico della nomen-omen Hard Piano, i pensosi slide di Santeria, i cinematici synth di What Would Meek Do?. Su tutto, un basso spesso vibrante, anima pulsante del pezzo: le minimali strofe di I Can’t Do Without You sono probabilmente il capolavoro riduzionista del disco, bilanciate dal ricco campionamento di George Jackson nel ritornello. Un sample che cambia radicalmente il significato originario del pezzo di partenza in questo riutilizzo: il bisogno della donna amata diventa la sirena della dipendenza da droga, e il cerchio si chiude. 

Sembra perfino troppo per poco più di 21 minuti distribuiti in 7 pezzi, ma nel momento degli interminabili album-playlist di tanti altri (Migos, Rae Sremmurd, ecc) la sintetica concretezza di Pusha e Kanye sembra un antidoto necessario, e pure perfettamente riuscito. 

28 Maggio 2018
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