• Giu
    01
    2018

Album

Def Jam Recordings

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Rieccoci, finalmente. Nel 2016 su queste pagine chiudevo il mio approfondimento su Kanye West brancolando nel buio, perso nell’indecifrabilità di cosa sarebbe potuto essere dopo The Life of Pablo. Due anni, qualche esaurimento (e relativo internamento), diversi trilioni di tweet e un ragionevole numero di harakiri mediatici dopo, Kanye è definitivamente tornato. Su tutto il trambusto che l’ha preceduto, ho già scritto qualche riga da queste parti. Quindi parliamo subito di Ye.

In sostanza quando sbragava delirando su Trump, la Owens, la schiavitù-per-scelta e l’energia di drago queste canzoni ancora non esistevano nemmeno. Per scrivere il disco, e probabilmente per evitare un altro TSO, Kanye è andato in esilio tra i monti del Wyoming. Che tra l’altro è il secondo Stato meno popolato degli USA dopo l’Alaska e ha solamente lo 0,8% della sua popolazione composto da afroamericani. Combinando i due dati demografici è evidente che su oltre 253mila chilometri le persone nere fossero verosimilmente quattro, e probabilmente hanno pure espatriato quando sono arrivati West e famiglia. Alla sequela di dati sconfortanti aggiungiamoci che è dal 1964 che nel Wyoming non si vota un presidente democratico. 

In questa tempura non troppo progressista è nato e germogliato Ye, che prosegue l’idea degli album brevi inaugurata con DAYTONA di Pusha T. Anche qui 7 pezzi per una ventina di minuti totali quindi, il miglior antidoto ai recenti e interminabili album playlist di Chris Brown e Migos. A lanciare il disco, un release party molto esclusivo con un centinaio e passa di personaggi invitati direttamente da Kanye, che ha scattato la foto della faconda copertina direttamente sulla via dell’evento. Al di là del bucolico immaginario montano evocato, quello che balza all’occhio e desta l’attenzione è chiaramente la scritta impressa: «I hate being bi-polar it’s awesome» è la didascalia riportata in cover, ed è una confessione definitiva che spiega molte cose, pur apparentemente senza cercare alibi. Il disturbo bipolare non è un argomento cui l’hip hop sia particolarmente avvezzo. Qualche ombra era già stata lasciata presagire da Kendrick Lamar in passato (vedi la coda di u), ma una dichiarazione così esplicita è un’ulteriore rottura simbolica che consegna a Kanye un nuovo primato. Quindi è evidente: Ye è qualcosa di nuovo, ma che si guarda indietro ancora più di TLOP. Tra le sue pieghe si ritrova l’old Kanye che in tanti rimpiangevano; sicuramente mutato rispetto ai tempi dell’orsacchiotto, ma molto lontano dei deliri di onnipotenza del periodo Yeezus.

Certo, non sarebbe lui senza un pizzico di surreale follia no-sense. Così ecco che la sua patologia mentale diventa addirittura un superpotere, e in Ykes gigioneggia ribaltando la questione: «That’s my bipolar shit, nigga, what? / That’s my superpower, nigga, ain’t no disability / I’m a superhero! I’m a superhero!». Non mancano poi versi di desolante stupidità, come il multitasking mammellone («I love your titties, ‘cause they prove / I can focus on two things at once») e il seminale determinismo («Ayy, none of us’d be here without cum») di All Mine. Nel caso qualcuno nutrisse ancora dubbi in merito, Kanye si impegna ancora una volta a palesare perché Lamar vinca i Pulitzer e lui invece no. Fa poi capolino un ulteriore paradosso: Kanye prova a riabilitare il ruolo delle donne nella sua musica de-oggettivandole, assumendo la prospettiva del marito e del padre di famiglia. Ancora una volta però finisce per auto-disinnescarsi piuttosto goffamente, elogiando Kim mentre la relega al monodimensionale ruolo della mogliettina fedele ed esprimendo preoccupazione per il futuro delle figlie, ancora in età prescolare. Non voglio che da grandi vengano sessualizzate, dice, quindi spero che le loro tette crescano il più tardi possibile (?). 

Sempre il solito Kanye insomma, eppur si muove. Perché prescindendo da questi evitabili strafalcioni, Ye è in realtà soprattutto il disco in cui West prova a riannodare i fili della sua vita e del suo inarrestabile turbinio di pensieri e capovolgimenti. È ancora il Kanye sincero e riflessivo di Real Friends a comandare, che mette a nudo le sue fragilità e insicurezze. Parla di suicidio, dipendenza da oppiacei, infedeltà, fobie, solitudine, soldi sperperati e delusioni causate. Nel periodo in cui i giovani rapper si stordiscono di Xanax e pure Earl Sweatshirt cancella un tour europeo per ansia e depressione, il dolore esistenziale e lo squilibrio psichico di Kanye sembrano ad un tratto l’estremizzazione di un disagio trasversale e sempre più diffuso. Con 808’s & Heartbreak i rapper hanno cominciato a poter soffrire. Con Ye si palesano tutti i fantasmi e le conseguenze di quella sofferenza. È il disco in cui Kanye prende definitivamente atto di una realtà da sempre evidente per tutti gli altri: il suo disperato bisogno di essere amato da tutti, e in particolare da quell’America nera che ultimamente ha rivoltato contro di sé, è destinato a rimanere per sempre frustrato. «I’ve been tryin’ to make you love me / But everything I try just takes you further from me», canta Kid Cudi in Ghost Town, ma più che a un’ipotetica donna, sembra dar voce allo stesso Kanye mentre parla al popolo afroamericano. 

Musicalmente il disco è l’ovvia declinazione del suo contenuto, il trait d’union tra il Kanye della prima trilogia e quello di TLOP. Sample ricercati e melodie indovinate, cura certosina sì, ma niente manie di grandeur. Non c’è l’affannata rincorsa per un singolo che tiri (forse solo Yikes ne avrebbe le carte), e in generale non è un disco che contenga tracce della grandezza artistica che Kanye ha maneggiato in passato. Ma, pure con l’etichetta strictly for fans appiccicata, può rappresentare un necessario e non più procrastinabile nuovo punto di (ri)partenza. Perché per quanto ambiguo sia il confine tra genuinità e patologia nel suo caso, Kanye resta insieme a Kendrick e J Cole uno dei pochi rapper ad avere ancora davvero qualcosa da dire, proprio ora che (per molti frangenti, proprio grazie a lui) il genere è il trend dominante. 

5 Giugno 2018
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