• apr
    29
    2016

Album

Monotreme

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Nel non troppo lontano 2014 ci eravamo permessi di indicare i torinesi Niagara come una delle realtà più interessanti del panorama elettronico italiano. In quel Don’t Take It Personally avevamo intravisto una maturità stilistica e d’intenti non indifferente. I due musicisti hanno avuto sempre dalla loro la capacità di filtrare suoni mitteleuropei con un abile uso delle strumentazioni sintetiche, e una mentalità capace di trascendere il genere e lo stereotipo, e di piegare l’idea di concept a loro favore. Non stupisce dunque che gli strumenti e le abilità accumulate nei lavori passati si trasformino in ambizioni importanti nel nuovo Hyperocean. Significativo che il percorso iniziato nel precedente album, quando la band si interrogava (suggestionava) sull’eterna lotta fra l’uomo e la natura, sembra qui trovare un’esauriente risposta nella liquidità mistica e quasi catartica di Hyperocean, il pianeta pluridimensionale e subacqueo alla base del concept del disco. Con un sound rinnovato, più basico e minimalista, frutto anche di campionamenti avvenuti tramiti idrofoni, i Niagara sembrano dirci che per quanto si voglia sfruttare questa terra con nuove tecnologie, l’uomo sentirà per sempre il bisogno di riconciliarsi con gli elementi base, e l’acqua rappresenta quello maggiormente primordiale e atavico.

Hyperocean è dunque un viaggio ambizioso in cui si sorvola sulle costruzioni articolate e barocche, lasciando comunicare atmosfere che si fanno più scure rispetto ai lavori precedenti, perché immerse negli oceani profondi che prendono vita grazie alle grafiche 3D di Cy Tone. Pur partendo da un generale post-Kid A, il sound dei Niagara si avvicina sempre più verso la minimal/ambient di Mount Kimbie, l’elettronica liquida dei Ninja Tune Lapalux o Actress, le suggestioni teutoniche di Apparat, l’eleganza rumoristica di Zomby o l’incisività emotiva di Burial. Ascoltando un brano come Roger Water ci si stupisce vedendo come il duo (ora trio) abbia deliberatamente messo da parte le ambizioni melodiche (si legga anche pop) per rientrare in un mondo della spazialità emotiva popolato da creature intrappolate negli oceani che provano a risalire (Mizu), da sottomarini scricchiolanti governati da voci meccaniche (Blackpool) o da liquidità schizofreniche che sembrano incontri surreali fra Kraftwerk e Caribou. Il meglio arriva quando l’astronave appare fuori controllo, come nella già citata Roger Water o nella giocosa Escher Surfer, che, in accordo con il suo titolo, capovolge e spiazza le prospettive dell’ascoltatore, costretto a guardare la superficie dell’oceano dal suo fondale. Menzione speciale per Alfa 11 che, come una Right Here Right Now di Fatboy Slim più atmosferica, racconta la genesi del pianeta Hyperocean e sarebbe una colonna sonora perfetta per questa memorabile scena di Noah.

In definitiva, confermiamo e sottoscriviamo l’importanza dei Niagara per il buono stato di salute della musica italiana. Aggiungiamo, infine, che questa sottile ma efficace deriva verso suoni più emozionali e ricercati non fa che migliorare la qualità complessiva di una band che ne aveva già da vendere.

27 Aprile 2016
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