Recensioni

7.5

A voler ricordare questo 2020 per qualche motivo che esuli dagli avvenimenti drammatici e catastrofici che si susseguono senza sosta da gennaio; a voler cercare un qualche altro evento – o un intrecciarsi di eventi – che in un futuro ipotetico ci permetterà di dire “ah sì, il 2020, l’anno in cui…”, diventa ormai inevitabile (almeno per noi musicofili) pensare all’anno corrente come all’anno in cui Nicolas Jaar si è definitivamente imposto come uno degli artisti più importanti dei nostri tempi, scrollandosi di dosso l’immagine dell’enfant prodige della deep house lenta e latineggiante con cui ha raggiunto la fama agli inizi degli anni ‘10.

Dopo aver rispolverato il moniker A.A.L. per l’ottima escursione sui dancefloor di 2017 – 2019, e dopo il monumentale Cenizas, rilasciato a marzo, il cileno sforna il suo terzo album del 2020. Telas esce ancora a nome proprio e raccoglie musica composta fra dicembre 2016 e gennaio 2020. Quattro anni di gestazione, una testimonianza del tempo richiesto per far maturare un linguaggio che sia proprio e che si snodi secondo un incessante moto alternato di continuità e rottura col proprio passato. Se è vero che nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma, col senno di poi diventa lecito ravvisare già nel Jaar del 2009-2011 il preludio al Jaar di oggi, giunto al culmine (o forse no?) del proprio percorso verso l’astrazione e l’affrancamento da stilemi calcificati.

Cos’è questo Telas? «Multiple things at once», dichiara lui stesso in una nota sul suo sito. Una moltitudine di generi e tradizioni musicali, innanzitutto. Dallo sperimentalismo di scuola concreta al droning e ai tappeti ambientali, schegge glitch al confine col rumorismo, frammenti che potrebbero appartenere al folklore così come essere stati concepiti nel “Jaarverso”, una sorta di fourth world astratto e fatto levitare in assenza di gravità, il genio e l’aura mistica di John Cage e Sun Ra che vanno a braccetto. Telas è anche una moltitudine di stati e forme: non solo è l’ultimo album del Nostro, ma è anche un’entità visuale (a cura dell’artista Somnath Bhatt) e digitale, nella fattispecie un sito creato da Abeera Kamran in cui fare esperienza delle matrici sonore e visive di Telas nel loro stato primordiale ed in cui «no matter – whether existing in thought, physical form or other – has a solid or unmovable origin». Non ci sono solidità inamovibili neanche nelle quattro tracce confluite nell’album, ma una stratificazione di flussi sonori. Lo stesso titolo, specifica Jaar nella press release, significa “veli”. E il pensiero va allora all’idea di velatura, una stratificazione del sentire artistico prima ancora che del suono. Ma anche al potenziale invito a districarsi tra i veli di maya che ci appannano la vista sull’esistente o ancora un riferimento ai veli metaforici che infondono un alone di seducente e inafferrabile diafanità a questo lavoro.

Con Telas è chiaro che ormai Jaar no si cura di ciò che si può o non può fare e all’interno di quali convenzioni di genere. Riesce a stupire e a cambiare strada ad ogni nuova apparizione, non per ruffianeria pigliatutto ma per sentita bramosia di evadere dai vincoli di forme, stili, generi. Non ha più senso alcuno cercare di incasellarlo in qualche categoria forzatamente imposta, sarebbe un tentativo vano di ricondurre ad una stabilità semplificatoria e consolatoria una produzione artistica che da più di un decennio è in perenne divenire.

Dagli esordi all’insegna delle produzioni deep house da cameretta, attraverso progetti paralleli e collaborazioni, arriviamo un decennio dopo a questo lavoro corale – fra i credits troviamo vari musicisti che hanno collaborato alla realizzazione dell’album – in cui la ricerca elettronica sposa una tradizione di sperimentalismo “alto” ed evita il solipsismo del producer rintanato nello studio, per aprirsi a una dimensione di comunanza e interazione.

Cercare di circoscrivere frammenti di Telas è sforzo vano e controproducente. L’album si compone di quattro brani free-form che si attestano sui 15 minuti circa ciascuno, a orchestrare una lunga suite in cui viene meno la necessità di individuare e isolare singoli episodi salienti, ma anche di scandire sequenze e logiche causali. Le quattro tracce si presentano come un’unica entità, un movimento lento e perpetuo che dà l’idea di staticità, ma in cui le orecchie attente scorgeranno il susseguirsi di una miriade di (micro) eventi.

Sofisticato e complesso, ma allo stesso tempo ancestrale e universale, Telas comincia con un free jazz turbolento, si placa, per poi dipanarsi solenne e ieratico fra droning dal profumo di mediterraneo, suggestioni neoclassiche, inserti concreti, vuoti su cui si stagliano strumenti a corda e note di piano che si fanno muti aedi di un dolore e un’umanità tutta terrena, radicata nell’hic et nunc e lontana dalle mire escapiste cui ci aveva – mirabilmente – abituato. Sussurri, caroselli acusmatici in cui si avvicendano elettroacustica e glitch, sporadiche melodie, echi di minimalismo, sentori di strade assolate e taverne che si alternano a quelle di un’elettronica rarefatta, cerebrale, austera ma mai fredda e glaciale come certi sperimentalismi votati al rigore estremo.

Oltre che uno splendido album, Telas è il (secondo) testamento artistico di Nicolas Jaar in questo 2020. È il testamento di un artista camaleontico, irrequieto, costantemente alla ricerca di nuove soluzioni espressive per dar forma al suo personalissimo linguaggio. Come per molti grandi artisti, la sua è una ricerca volta a sondare i limiti del dicibile e del musicabile, e valicarli con quella nonchalance che riveste di grazia e leggiadria le difficoltà e le insidie – e chissà, magari anche i fallimenti – disseminate sul percorso tortuoso che conduce all’epifania artistica.

Caro Nicolas, le tue intuizioni sono il nostro cibo per l’anima. Che tu possa continuare a volare in alto, carpire i segreti degli dèi e allietare a lungo le nostre misere vite umane.

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