Recensioni

Terzo disco per Nite Jewel, al secolo Ramona Gonzales. In sette anni – dal 2009 circa, da quando uscì il primo album Good Evening – la Nostra ha fatto in tempo a cambiare cinque etichette e a screditare in un’intervista Secretly Canadian, label del precedente One Second of Love, perché raramente in linea col suo pensiero: «il loro modo di intendere il pop è diverso dal mio […] volevano farmi fare qualcosa di Americana, io volevo fare electro». La Jewel cerca ora di riaffermare la propria indipendenza, la propria visione DIY della musica. E “fatta da sé” è anche la definizione che la stessa musicista diede nel 2010 della propria produzione artistica: «liquid cool», diventata poi il titolo di questo quinto album, pubblicato via Gloriette Records.
Un fluido, quindi, un’onda che si infrange contro uno scoglio; o forse più una risacca che torna indietro così come la cantautrice americana ritorna al passato, tanto per ribadire la questione della retromania: il synth-pop anni Ottanta si mescola con aspirazioni r&b anni Novanta à la Janet Jackson già presenti nei precedenti lavori, dal sottofondo darkwave condito con un ritmo chillwave à la Com Truise. Detta così, sembra chiaro che la Gonzales abbia ottime capacità di sintesi delle diverse correnti stilistiche da cui attinge. Peccato che tutto questo venga convogliato in uno stile musicale inflazionato, caratterizzato da un logorio tale che, a meno che non emerga un’unicità perfettamente distinguibile (come può essere per Grimes, Com Truise, Kavinsky, Chromatics, Dâm-Funk), lo fa passare inevitabilmente inosservato (nota: e dire che di nomi se ne potrebbero fare a manciate, Cold Cave, Sally Shapiro, Electric Youth, o perché no, anche la giovane Shura).
E così i cori secchi e tesi di Nothing but Scenery affogano in una atmosfera dreamy siderale e affascinante, tastiere cupe, voce cristallina e malinconica, ma senza la forza di un pezzo d’apertura di carattere. Con Kiss the Screen – traccia che medita sull’impatto delle tecnologie sulle relazioni umane – l’artista prova a uscire dal selciato dell’elettronica ermetica e ad avvicinarsi a un pop più ritmato e allegro, ma anche in questo caso non riesce a toccare picchi emotivi di spessore, restando su una medietà compositiva abbastanza inconsistente. Se Boo Hoo è il singolo di punta – nonché pezzo più r&b (almeno, nel modo di cantare) di tutto l’album – ci si chiede allora quale sia la sorte dei canonici synth di Over the Weekend o di Running Out of the Time.
Il senso della misura – la metriotes, o mesotes – è sì una virtù necessaria, ma è importante capire quando usarla, così com’è fondamentale riconoscere il momento in cui osare. La Gonzales non osa mai, mancando quindi del carisma necessario a una produzione artistica degna di nota. Ed è chiaro che il suo problema è proprio la produzione, considerato che l’EP Nite-Funk in collaborazione con Dâm-Funk (uscito poche settimane fa) si compone di tracce decisamente ben costruite. I brani di Liquid Cool rimangono indefiniti come gli amori immaginari di Dolan, incompiuti e insoddisfatti.
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