Dâm-Funk (US)

Biografia

Primitivamente futurista, rigorosamente composta con macchine analogiche, senza alcun campionamento né computer, e perdutamente innamorata del funk, genere inteso come visionario continuum che va dallo storico prefisso P al suo recupero G (ovvero da George Clinton a Dr Dre, passando per Herbie Hancock e Prince), la musica del classe ’71 Damon Garrett Riddick, in arte Dâm-Funk, fin dall’adolescenza spesa a Pasadena, in California, è un’autostrada di folgorazioni rigorosamente black sia su un lato più sperimentale electro e psych, sia su quello più canonicamente r’n’b e pop.

Assai lontano dai meticciati post-moderni che vanno per la maggiore tra gli 00s e gli anni ’10, outsider fin dalla scelta delle collaborazioni, che lo hanno portato a lavorare con gente anche molto lontana dalla sua produzione musicale (vedi il remix di Summertime Clothes degli Animal Collective, la co-produzione di Tell Me What You Want From Me con Hudson Mohawke, il progetto Nite-Funk con Nite Jewel, ma anche Ariel Pink, Peaking Lights ecc.), il percorso di Riddick è, in verità, uno scavo in profondità nelle radici e nei gangli di un genere mutante che da sempre si è nutrito e rinnovato attraverso le contaminazioni più disparate, dal boogie alla (mutant)disco, dal soul all’house, e naturalmente all’hip hop. È proprio per queste vie, lungo questi corsi e ricorsi della storia, che il producer intende guardare al futuro, riprendendo cioè le fila di un discorso interrotto, per sua stessa ammissione, troppo bruscamente negli anni ’80 e costruendo su questa base un personale modern funk che ne rappresenti una fiera prosecuzione.

Non è un caso che questo set di pensiero trovi, fin dal 2007, un posto privilegiato nel roster di una realtà da sempre attenta alla continuità con il passato dei principali generi black – e in particolare il funk – come la Stones Throw di Peanut Butter Wolf, e apra le porte a collaborazioni con Steve Arrington (quello della funk band SLAVE) e Snoop Dogg, istituzioni con le quali Riddick pubblicherà rispettivamente l’album Higher (2013) e l’album omonimo del progetto 7 Days Of Funk (2013).

Intervistato nel gennaio del 2010 da Gabriele Marino, all’altezza del suo primo (doppio) album, Toeachizown, un progetto esagerato composto da cinque dodici pollici, usciti prima come release digitali e poi fisicamente riversati su doppio CD (e quintuplo vinile in cofanetto), Dâm-Funk difende la lunghezza dell’opera e racconta quel che a suo avviso è il nocciolo della questione riguardo alla fruizione e missione della propria musica nel mondo. «È proprio il tipo di disco che io e i miei amici – con cui sono cresciuto nella zona ovest di Pasadena – volevamo sentire quando andavamo in giro», afferma il producer, «pezzi lunghi, strumentali, voci strafatte, canzoni vere e proprie sparse qui e lì, strumenti analogici, canzoni suonate tutte d’un fiato e non semplicemente tagliate, ricucite, campionate, rivoltate. Non è neppure un disco “retrò”: io non faccio roba retrò, altri artisti fanno retrò! La mia è una continuazione dello stile funk che si è estinto precocemente a causa dell’emersione e del dominio dell’hip-hop, pompato dalle major, dagli Ottanta fino ad oggi. E’ un disco che cerca di colmare la distanza tra vecchio e nuovo, e spero che se ne accorgano tutti».

Il secondo album in solo del producer californiano (terzo se consideriamo il mini Rhythm Trax Vol. 4 del 2009), Invite the Light, esce a settembre del 2015 a ben cinque anni di distanza dal doppio disco d’esordio: particolarità del lavoro, innanzitutto gli ospiti, che corrispondono ai citati amici e collaboratori di lunga data (ovvero Ariel Pink, Snoop Dogg, Q-Tip, Kid SisterJunie Morrison e Nite Jewel), ma soprattutto un taglio più pop che, senza lasciar sguarnito il lato più visionario e psichedelico dell’amato funk, configura il lavoro come una celebrazione di una L.A. che sta vivendo, assieme all’America tutta, la magia di un ritrovato black sound tra 70s e (recuperi HH) 90s con lavori importanti come You’re Dead! di Flying Lotus, To Pimp a Butterfly di Kendrick LamarThe Beyond / Where the Giants Roam di Thundercat, ai quali aggiungiamo, ciliegina sulla torta, tutto un fermento nazionale e internazionale relativo al film campione d’incassi Straight Outta Compton, il biopic dedicato allo storico gruppo gansta rap N.W.A., al quale è abbinato il ritorno sulle scene proprio di Dr. Dre, con Compton.

La rinnovata formula electro-black di Invite the Light, con le sue serpentine di sinuoso bass sound, i felpati tocchi fusion di casa Brainfeeder, i richiami a George Clinton e compagnia funkadelica, e all’Herbie Hancock più future, fino a Prince e anche Frank Zappa, s’inserisce perfettamente in questo rinnovato clima di (ennesimi) ritorni r’n’b e ritrovato spirito funk, proprio quello che Dâm-Funk professa, a fari abbassati, dall’esplosione del wonky alla fine degli anni Zero. Anzi, che professa da sempre, come testimoniato dalla compilation delle sue prime tracce, Adolescent Funk.

Dâm-Funk si esibirà live all’interno di roBOt festival 08 sabato 10 ottobre 2015.

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