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Musiche digitali dal mondo, contemporaneamente, tra frizione e laminato, in iperrealistica definizione, sul lato concreto come su quello sintetico, entrambi ripiegati simultaneamente assieme in (in)naturale HD. Musica da schermo panoramico, pronta per l’ascolto in cuffia o con il potente soundsystem, il micro e il marco, zoom in e zoom out, isoli un suono e lo segui, segui l’insieme, ribalti l’ascolto. È come un videogame concettuale, cinema per le orecchie in movimento dalla Scozia, da Berlino ad oriente e ritorno, dal Cairo suburbano. Objekt, North Sea Dialect e Zuli i protagonisti.

All’interno della tripletta, Cocoon Crush, accreditato al primo, è decisamente il lavoro che dell’aspetto tecnologico respira il fascino, le possibilità e anche una virginale, plastica, bellezza. Ancora residui di levigatissimo sinogrime per rappresentarlo, quelli e richiami 80s sul lato ritmico del techno-pop, cerchi concentrici che si riallacciano agli amori di sempre del producer, a Dopplereffekt dunque. Quel che fa JT Hertz rispetto al suo bel esordio lungo – Flatland – è approfondire ancor di più questo ripensamento del future sound, di una IDM per gli anni ’10, lui con sempre ben in testa gli Autechre (35), cosa che nel frattempo hanno messo a punto – e molto bene – l’amico Call Super e M.E.S.H. nei rispettivi Arpo e Hesaitix. Questo secondo disco non è un centro pieno come lo sono i sopracitati due. Arriva forse un poco in ritardo nell’esplorare giardini zen virtualizzati (Dazzle Anew) sui quali si è già detto moltissimo (vedi Reassemblage e co.), eppure conserva una maestria decisamente sopra la media nel recapitare missive sonore che incorporano dettagli infinitesimali, mistero e precisissimi incastri (Nervous Silk), oppure immaginando qualcosa come Afrika Bambaataa recepito da qualche telescopio marziano zero gravity (Silica). Interessante anche un pezzo come Deadlock che, come notava Joe Muggs su WIRE #418, suona come suonerebbero i Future Sound Of London di Lifeforms alle prese con i software, l’hardware e la mentalità del fare musica elettronica di oggi, un pensare in alta definizione che attraversa un ampio spettro di etichette ormai, da PAN a Hyperdub, da NON Worldwide a Halcyon Veil, e non ultima UIQ. Voto: 7.0/10

Proprio da quest’ultima etichetta, di proprietà di un altro personaggio che prima o poi avremmo tirato in ballo per far un parallelo mid-90s (Lee Gamble), arriva Terminal, l’album di Zuli che a sua volta suona come l’industrial Hip Hop dei Dälek, Clipping o Death Grips in versione iper-real, con tutto l’accumulo di tensione derivante dalle paradigmatiche stratificazioni sintetico concrete sopracitate. Qui ci sono gli MC, tutti egiziani, c’è di striscio della trap quartomondista (Ana Ghayeb) o qualcosa che diresti post-Asian Dub Foundation, ma in primissimo piano c’è quest’instabile intingolo fatto di curcuma, cumino e polvere da sparo. È il volto tirato e bruciato dal sole delle musiche HD, musica da stati di oppressione composta con lo schermo frantumato, i pixel esplosi. È roba che non picchia duro, Zuli preferisce di gran lunga snocciolare la tracklist per flussi di coscienza, senza una meta precisa: qui sono ansiogeni (Bumb), qui più distesi (i grappoli di note al piano su manti glitch in Follow Your Breath o mescolate a sussurri ASMR in In Your Head), qui tellurici (Wreck), qui stonati (He’s Hearing Voices). C’è anche qualcosa di urban poetry che male non fa (Archimedes). Voto: 7.0/10.

Altro disco che rientra in queste perlustrazioni è Local Guide, beffardo titolo di un tizio che si fa chiamare North Sea Dialect e che mai avremmo immaginato uscisse per la glaswegiana Numbers solo un paio di anni fa. Da queste parti sono stati pubblicati nell’ultimo lustro i dischi di personaggi come Mosca, Redinho, Sophie e Jamie XX, questa invece è una di quelle prove da impervia “echology” à la J. G. Biberkopf, un’esplorazione cartografica popolata non da uomini (quelli li diamo per estinti) ma da residuati industriali e duri paesaggi naturalistici offshore. L’unica cosa certa è che il producer ha pensato questo disco come una sorta di “diario di bordo” da Glasgow al Mare del Nord, magari con tappa a Inverness o destinazione finale sulla punta più estrema della Scozia. Doom No Loch Ness. Di sicuro, rispetto ai camici bianchi di Hertz, e a quel misto di mattoni, violenza e deserto di Zuli, qui siamo all’aperto, e fa pure parecchio freddo, con titoli come Rodent Tribe, October Horse, Mossy Cyphol, Subarctic Baltasound che fanno già venir voglia di accendere il riscaldamento. In particolare parliamo di musiche sci-fi per implacabili apreggiatori che aprono per sentieri folky con gli alberi carichi di neve ai lati, piattaforme per l’estrazione del petrolio abbandonate, un bel po’ di suoni concreti relativi al ghiaccio e al camminare sulla neve e, giusto perché siamo in Scozia, il doveroso omaggio ai Boards Of Canada riassunto in voci perse nell’etere, e una ambient-melodia-siderale color blu oltremare (Dog Violet). Anche in questo caso parliamo di un lavoro, fascinoso e ben cesellato, non di un must have, se non per chi non è già in fissa per questo tipo di esplorazioni e traiettorie. Il voto però è senz’altro un bel 7.0/10.

15 Novembre 2018
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