Recensioni

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Non c’è mai stata chissà quale introspezione nei testi del paroliere degli Oasis, così dal titolo del terzo album a firma Noel Gallagher’s High Flying Birds non dobbiamo aspettarci chissà quali riferimenti letterari o cinematografici sensati. Ci sono, beninteso: lo spunto viene dal libro omonimo di Cristopher Knight e Alan Butler, ma la scelta è caduta sul titolo di quello giusto, perché, papale papale, «è un cazzo di titolo brillante per un album». Poi cosa c’entrerà con quella copertina, con la figura di spalle (pare) di sua moglie Sara MacDonald… Ad ogni modo, cosmic pop è la definizione che si è auto-accreditato Noel in una recente intervista alla BBC, per descrivere la patina di un disco che lo vede tornare a collaborare con un produttore – il quarantottenne irlandese David Holmes – dopo una prova – Chasing Yesterday – che lo aveva sostanzialmente piazzato sia dietro che davanti al vetro del desk, a suonarsi allo specchio le b-side dei tardi Oasis.

It’s A Beautiful World precedeva di qualche giorno queste dichiarazioni, e di fatto il pezzo punta allo stroboscopico mashup spacey psichedelico delle sue storiche collaborazioni con i Chemical Brothers (e/o ai mix tra northern soul, funk psichedelico e hip hop per i quali Holmes era famoso nei 90s), quando l’opener, Fort Knox, la cui sbandierata ispirazione chiama in causa Kanye West, sposta la cloche di 15 gradi sullo shoegaze (e sui Black Grape) strizzando l’occhio al comune amore per i Beatles. E sempre al decennio del britpop torniamo, ancora dalle parti di una gioventù andata, alla rincorsa agli yesterday, solo che il toast è girato sul lato progressista piuttosto che su quello del britrock. E per chi aveva creduto al disco “crossover” del Nostro, c’è Holy Mountain a riportare tutto al vecchio rock’n’roll, quello glam di Sweet e Slade, frangettato e in teenage rampage, l’altra modalità di suonare loud proposta in tracklist.

In sostanza abbiamo il Noel uptempo e non più quello autocitazionista di Chasing Yesterday, che evita di mostrarsi parco di killer song puntando sui decibel, la produzione e gli arrangiamenti. Ci sta come mossa, eppure sotto il pagliettato vestito, e il ricordo di quelle voci, sua e del fratello, a cavallo dei pezzi che tutti conosciamo, troviamo ancora una volta tanta maniera e troppo compiacimento. Noel e Liam sono ricchi sfondati del resto, e non è neppure troppo scandaloso trovarceli con dischi fatti coi professionisti in questo testa a testa voluto o casuale che sia. Già da Be Here Now in avanti il discorso pro-posteri (salvo qualche zampata) poteva dirsi chiuso. La differenza rispetto agli Oasis più dimenticabili è che il nulla di Noel questa volta è suonato spectorianamente bene, carico di una retorica amplificata e funzionale, coi watt a muovere la capa e le chitarre ad allungarsi su cinematografie immaginarie e perché no, anche tarantino-morriconiane (vedi la title track). La critica, in definitiva, come nel caso di As You Were, non è tanto per come Noel lo dice, ma per la spocchia del cosa (non) abbia da dire, mettendoci quella faccia di bronzo lì. Del cosa non abbia da raccontarci a proposito di lui e del mondo che ci circonda. Gli va tutto sostanzialmente bene. Si distrae con del colorato rock’n’roll, come biasimarlo. Fa il suo sporco mestiere, senza rischiare nulla, purché la sopracitata title track (la migliore del lotto) accarezzi ancora l’idea di un qualcosa di più urgente e sentito.

E ancora una volta è un peccato. Liam e Noel sono tutt’ora delle gran sagome: due irresistibili stronzi, sagaci e pungenti come la loro musica, iper-prodotta e pacificata, intrappolata tra gli ultimi fuochi del rock novecentesco (e perciò autoreferenziale). Mi si potrà criticare per la durezza di queste affermazioni, ma sono convinto che spente le luci della promozione (di tutto questo prendersi ciò che loro spetta come diritto acquisito alla nascita) non rimarrà che una bella amnesia collettiva. Si ritornerà tutti all’ascolto di ciò che di buono è stato fatto 20 abbondanti anni fa. E quando reunion sarà, questi dischi finiranno nello scaffale degli ultra fan, come tanta roba glam dei 70s.

Nella battaglia discografica tra i due, è il “patata” – o il pinguino vestito colla giacca di Top Man, se vogliamo rubare la definizione che gli hanno appiccicato addosso gli Sleaford Mods – a perderci. Il singolo lancio di As You Were, aveva un suo perché, così quella stramba Chinatown che Liam interpreta e basta (tentando pure un risibile contatto con la contemporaneità). Liam vuole ripropinarci gli Oasis da solo, aggiornandone la produzione con un commando di autori e produttori alle spalle. Noel, grazie all’aiuto di Holmes, spariglia le carte, stratificando il suono e guardando giusto fuori dal finestrino. Testardaggine contro calcolata compassatezza, insomma. Con la prima a farci simpatia e a riportare se non altro agli umani difetti dell’uomo, al suo faccione corrucciato, e la seconda ad ottenere l’effetto contrario, annullando ogni possibilità di emozione o empatia, con il sicumerico wall of sound di chitarre glicemiche ad aderire alla sua “potato face” come una seconda pelle. A voler esser cattivi, nei momento più esagerati, una Day In The Life prodotta da Ikea.

Passando in rassegna il disco, dimenticavamo di sottolineare del pezzo dove sembra di sentire degli AIR gonfiati a proteine in polvere (She Taught Me How To Fly), di quella strofa in francese, Qu’est-ce que c’est now?, che sembra riportalo alla scanzonatezza degli esordi e dell’ultima delle sue citazioni beatlesiane, che questa volta ruba l’attacco a Come Together (Be Careful What Wish For). E del fatto che lo zampino di Weller (che suona l’organo in Holy Mountain) e Marr (chitarra e armonica in If Love Is the Law) sono note a piè di pagina al pari del sopracitato Kanye West. Roba da dare in pasto ai giornalisti.

“Il più ricco tra le persone che conosce” ha fatto un disco dove sembra lo zio di Robbie Williams in botta di vita. Ora come ora, Liam e Noel sono rispettivamente Vasco e Ligabue d’Inghilterra. Il più grande suona appunto in grande, fa rock’n’roll, ci ricorda che quello di rockstar è un fottuto mestiere come un altro, che lo si può fare anche a 50 anni (appena compiuti) e che ci si può divertire ancora nel farlo, guardandosi bene dalle cadute di stile (e di capelli).

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