Recensioni
Oasis
Oasis
Be Here Now - Chasing The Sun Edition
Be Here Now
-
Marco Frattaruolo
- 17 Ottobre 2016


Un’automobile fuori controllo necessita di un ottimo pilota per potersi mantenere in carreggiata o – nel peggiore dei casi – riuscire a contenere l’urto, ma se anche chi al volante è fuori di sé, beh, allora lo schianto sarà praticamente inevitabile. Questa, in sintesi, l’avventura che ha portato alla pubblicazione di Be Here Now, terzo album degli Oasis uscito nel 1997, e ristampato nel 2016 in una – sontuosa – edizione intitolata Chasing The Sun.
Sul finire del 1996 la band dei fratelli Liam e Noel Gallagher sta cavalcando l’onda perfetta del successo: dopo aver dominato per due anni di fila il mercato musicale britannico (andando a braccetto con gli arci-nemici Blur, con i quali i Nostri avevano dato forma alla – mediatica – guerra del britpop), gli Oasis sono una Rolls Royce sfrecciante per le motorway inglesi che non accenna a tirare il freno, anzi. Dopo aver ingranato la prima con il debutto Definitely Maybe (l’essenza del rock’n’roll inglese anni Novanta) e aver sterzato bruscamente verso il pop in terza e quarta con il personale “capolavoro” (What’s The Story) Morning Glory? (inanellando instant-classic come Wonderwall e Don’t Look Back In Anger), i fratelli Gallagher si trovano ad inserire la marcia più alta, incapaci di rallentare. Il successo ha portato con sé deliri di onnipotenza («siamo più grandi dei Beatles»), mentre sparate mediatiche/egomaniache all’ordine del giorno (quella contro i parlamentari inglesi accusati da Noel di essere “tutti” cocainomani ed eroinomani che gli sarebbe costata addirittura un’interrogazione parlamentare, o ancora quella contro sua maestà Elisabetta: «ci sentiamo come se avessimo infilato del crack su per il culo della regina») fanno il paio con i loro visi sfatti e imbolsiti sulle prime pagine di tutti i tabloid. Fuori dal circo mediatico, intanto la working class celebra la propria rivalsa nei confronti del sistema con calici di birra alzati al cielo. Essere fan degli Oasis, in quel magico biennio, equivale a fare il tifo per una squadra di calcio di cui Liam e Noel sono rispettivamente i numeri 9 e 10. I concerti si trasformano in momenti epici, happening deliranti che riportano in mente i fasti madchesteriani (dice nulla Spike Island?). Tutto sembra fin troppo perfetto ma, come si sa, anche le storie più belle hanno i loro momenti traballanti: la tournée che ha accompagnato l’uscita di (What’s The Story) Morning Glory – dopo i memorabili concerti di Maine Road (Manchester) e soprattutto di Knewborth (Stevenage) con i suoi 2,5 milioni (!) di biglietti richiesti – si è conclusa nel peggiore dei modi: il 20 settembre 1996 Noel lascia il gruppo nel bel mezzo delle date in Nord America, stufo dell’atteggiamento oltre le “righe” di suo fratello più piccolo. La stampa e i fan sono in allarme, si domandano se sia la fine degli Oasis (tormentone che si sarebbe protratto per i successivi vent’anni). E invece no.
The Chief (questo il soprannome di Noel) nel maggio del 1996, dopo lo storico concerto di Maine Road (Manchester), è volato a Mustique (piccola isola privata delle Antille) ospite, insieme a Johnny Depp e Kate Moss, nella villa di Mick Jagger. È sbarcato sull’isola afflitto da un tremendo blocco dello scrittore (lui stesso confessa di aver scritto un solo ed unico riff di chitarra dopo la pubblicazione di What’s the Story…). È qui, nel bel mezzo dei Caraibi, che viene concepito Be Here Now. I demo restano però congelati fino all’ottobre dello stesso anno. Nel frattempo, i Gallagher sono impegnati nello scrivere pagine di storia (vedi i sopracitati concerti di Maine Road e Knewborth) e, “vittime” della loro caratura mediatica, a concedersi in pasto all’establishment: nel giugno di quell’anno il rampante Tony Blair invita al 10 di Downing Street Noel Gallagher per dare un tocco di glamour al suo New Labour. La musica sembra passare in secondo piano, ma finalmente il 7 ottobre la crew della band di Manchester (ad accompagnare i fratelli Gallagher ci sono Paul “Bonehead” Arthurs, Paul McGuigan e Alan White, oltre al produttore Owen Morris e al faccendiere Alan McGee) varca la soglia degli storici studi di registrazione di Abbey Road. Le sessioni hanno vita breve. Ben presto si capisce che l’eccesso di polvere bianca ha reso la situazione completamente ingestibile. Sempre Noel rivela che i proprietari degli studios, che decenni prima avevano ospitato i Beatles, si erano lamentati «perché tutto suonava troppo loud». Le dodici canzoni che daranno forma a Be Here Now vengono allora registrate nella campagna al confine tra il Surrey e il Sussex, tra le mura dei Ridge Farm Studios. Lontani dal delirio della metropoli ci si aspetta che il disco risenta della quiete rurale. Niente di più errato. Il risultato sono settanta minuti di musica strafottente, strabordante e drogata che arriva a chiudere con uno sbaffo un cerchio fino a quel momento degno del miglior Giotto.
A maggio del 1997 le registrazioni sono terminate. L’hype attorno alla band cresce esponenzialmente all’avvicinarsi del giorno X, fissato per il 21 agosto. Attorno all’uscita si crea una strana coltre di mistero. La band decide di tenersi alla larga da giornalisti, media e quant’altro. I pochi promo distribuiti tra fidati addetti ai lavori sono accompagnati da una clausola contrattuale che vieta tassativamente al giornalista di parlare dell’album con conoscenti e “partner”. La paranoia da uso ed abuso di cocaina si fa evidente (Liam nel novembre del 1996 sarebbe stato arrestato per possesso di droga). Si decide addirittura di anticipare il giorno di uscita nei negozi, non il classico lunedì albionico ma il giovedì, al fine di evitare che un’eventuale trafugamento di copie dalla spedizione negli Stati Uniti possa rovinare la sorpresa. Dieci giorni prima della pubblicazione gli Oasis annunciano che tre brani (The Girl In the Dirty Shirt, Be Here Now e All Around The World) sarebbero passati in anteprima su Radio One durante lo show di Steve Lamacq. Il presentatore, però, avrebbe dovuto parlarci sopra per evitare la diffusione di copie illegali.
Il primo singolo ufficiale viene pubblicato il 7 luglio 1997. Si tratta della open-track D’You Know What I Mean, sette minuti inondati da feedback e loop di chitarre psichedeliche che lasciano disorientati un po’ tutti. Siamo sì in prossimità di quel suono rock’n’roll a cui il combo di Manchester ci aveva abituati, ma lontani dalle trame pop di una qualsivoglia Wonderwall. La critica lo definisce il «primo singolo noioso degli Oasis». In esso troviamo i riferimenti ai Beatles di The Fool on the Hill e I Feel Fine e al Bob Dylan di Blood On the Tracks. Il testo è allo stesso tempo epico (con riferimenti biblici «I met my Maker, I made him cry») e psichedelico, ma anche vago e convenzionale. Il verso più azzeccato e che fotografa alla perfezione quel determinato periodo storico è quel «coming in a mess, going out in style» che fa capire che i cinque mancuniani sono assolutamente consapevoli di aver raggiunto la vetta di un’altissima montagna («eravamo degli straccioni a Manchester, guardaci ora.. andiamo in giro in Rolls Royce» affermerà il fratello maggiore). La pubblicazione del singolo fa registrare cifre da capogiro: 370 mila copie vendute durante la prima settimana, 162 mila solo il primo giorno. Gli Oasis sono ancora in carreggiata, ma le perplessità sono molte. Con l’avvicinarsi della realese cominciano ad arrivare i primi dettagli, su tutti la copertina, la cui foto scattata da Michael Spencer Johns presso lo Stocks Hotel and Country Club ad Albury – che fino pochi anni prima, sotto la proprietà di Victor Lowes, braccio destro di Hugh Hefner capo di Playboy, era stato il tempio degli eccessi dello showbiz – raccoglie omaggi, citazioni e stereotipi del mondo del rock’n’roll. A cominciare dalla Rolls-Royce che galleggia nella piscina, tributo al batterista degli Who, Keith Moon, che, leggenda vuole, con questa macchina una volta si schiantò sotto l’effetto di alcol e droghe. Poi ancora il mappamondo che rimanda alla cover del debutto Definitely Maybe, l’orologio senza lancette che allude al titolo dell’album “essere qui, ora”, il calendario che rimanda alla data di uscita del disco, il parchimetro e il telescopio ad omaggiare rispettivamente il film Magical Mystery Tour e il brano Lovely Rita dei Beatles e, infine, la vespa rossa come possibile omaggio agli Who di Quadrophenia.
In quel momento, per molti inglesi, il 21 agosto è considerato in assoluto il giorno più importante dell’anno, una sorta di finale di coppa del mondo del rock’n’roll. L’ansia di avere tra le mani una copia di Be Here Now diventa una sorta di psicosi. In TV, radio e sui tabloid le aperture sono spesso dedicate ai Gallagher. E poi quel giorno arriva e i lettori musicali d’Albione cominciarono a sputare fuori quei settanta minuti di puro, aggressivo e drogato delirio. I fan non si trovano di fronte a quel rock immediato che ti si scagliava addosso per tre minuti e ti lasciava lì tramortito (Rock’n’roll Star, Cigarettes and Alcohol, Roll With It). Ora devono fare i conti con strati e strati di distorsori, code orchestrali psichedeliche, sovraincisioni ed effetti “allucinanti”. A volte l’approccio della band sembra funzionare (è il caso di My Big Mouth, I Hope, I Think, I Know, Be Here Now e It’s Getting Better (Man!!)) grazie un mood in cui la potenza delle chitarre – a tratti arrivano a dar forma a un quasi-perfetto muro del suono – offre un tappeto comodissimo per la voce di Liam, che, acuita dai controcanti di Noel, tocca probabilmente la vetta più alta dell’intera carriera; altre, invece, l’eccesso si ritorce contro la band, affogando melodie e proiettando l’ascoltatore in un vortice claustrofobico (l’emblema è la ledzeppeliana Fade In-Out, in cui alla chitarra vi è niente di meno che Johnny Depp, o i sette minuti di Magic Pie). A riportare in equilibrio il tutto dovrebbero pensare come al solito le ballate pop, marchio di fabbrica di un Noel Gallagher il quale, come scritto all’epoca da Rolling Stone America, «come compositore non ha mai avuto particolari pretese intellettuali». Anche qui però brani come Stand By Me, Don’t Go Away e Around The World, nonostante la loro morbidezza, vogliono “strafare” e l’arrangiamento orchestrale di Around The World (la Hey Jude degli anni Novanta) fotografa probabilmente la megalomania compositiva raggiunta in quei giorni da Noel. La critica, tuttavia, accoglie il disco abbastanza positivamente. Qualcuno rimprovera ai Gallagher di aver voluto esagerare, ma la band tira dritto con la solita arroganza, e i numeri sono dalla loro. La terza fatica discografica vende 1.800.000 copie nel Regno Unito, un milione tondo negli USA (certo non sono i 5 milioni di WTSMG, ma tant’è). Quello stesso anno l’album omonimo dei Blur si ferma a 300mila copie in terra d’Albione, poco più del doppio negli Stati Uniti. Gli Oasis vincono l’ennesima battaglia del britpop, o forse gli hanno semplicemente dato il colpo di grazia. La spavalderia del debutto e l’efficacia pop del suo successore si sono definitivamente sgretolate ai piedi di BHN e della sua prepotenza.
I quattro anni successivi alla pubblicazione di Be Here Now sono stati l’affresco decadente che meglio ha raffigurato il vortice nel quale la band di Manchester è scivolata. Non è un caso se l’opera più convincente diventa la raccolta di b-side The Masterplan, nella quale a spiccare sono le gemme acustiche Talk Tonight, The Masterplan e la bacharachiana Half The World Away, o le più elettriche It’s Good to Be Free, Fade Away e Acquiesce, ricordo nostalgico e rammaricato degli Oasis che furono. La compilation, però, sarà soltanto una sorta di salvagente bucato, perché i successivi Standing On The Shoulder of Giants (primo album registrato senza la manodopera degli storici Bonehead e McGuigan) e Heathen Chemistry (con le new-entry Gem Archer e Andy Bell – ex Ride) artisticamente parlando faranno sprofondare i Gallagher, come si suol dire, dalle stelle alle stalle. Il colpo di coda arriva con il ritorno al rock’n’roll primitivo di Don’t Believe the Truth e con il tuffo nell’acid-blues psichedelico di Dig Out Your Soul, che tamponano ferite troppo sanguinanti, perché di fatto gli Oasis hanno cominciato a vivere di ricordi e nostalgie, consapevoli di aver scritto e stracciato con le loro stesse mani pagine di storia del pop inglese.
A quasi vent’anni di distanza, con freddo distacco, si è quindi capito che la terza fatica dei Gallagher (la cui ristampa sembra cercare in un certo senso di rendergli giustizia e di ri-equilibrarla, non a caso Noel per l’occasione è tornato a mettere mano su D’You Know What I Mean depurandola dalla follia di quei giorni) aveva di fatto celebrato l’estrema unzione a quella Cool Britannia che, all’indomani del 21 agosto, si era risvegliata sotto un cumulo di polvere. Nessuno all’epoca se ne era accorto, tutto era scivolato via come se nulla fosse. L’innocenza perduta di Liam e Noel aveva però distrutto il sogno britannico e, a ben vedere, segnato la loro carriera. Una carriera che, ora possiamo dirlo, se si fosse fermata a quel “capolavoro” che resta (What’s The Story) Morning Glory sì che sarebbe stata degna di un cerchio tratteggiato dal miglior Giotto.
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