• giu
    01
    2018

Album

Warp Records

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Questa volta niente link a misteriosi blog e niente interviste da parte di alieni brufolosi (Ezra), neppure cybernetic rock influenzati dai NIN come slime verdi fluo, crack intro, laser synth e file MIDI, anzi proprio il contrario: in Age Of l’adagio sembra quello della pulizia, della spazializzazione del suono, del ritorno ad una purezza folk perduta ma non nel senso di un nuovo R Plus Seven. In pratica, dall’album “rock”, OPN passa alla (im)possible mission “pop”, muovendosi all’interno di un universo sonoro che è riconoscibilmente il suo, a prescindere dalle differenti sfaccettature e dai concetti che lo presiedono.

Il clavicembalo MIDI che sentivamo in Animals, da requiem si è fatto prismatica presenza, le corde cristalline à la Oval di I Bite Through It godono di maggiori spazi (The Station), il gamelan e certo minimalismo ritornano utili ma soltanto per dar sostanza a questo pizzicar di corde che viene prediletto al saliscendi e al grand guignol, e dove i momenti cantati con l’autotune diventano ciò che di più vicino alla pop song Lopatin abbia mai fatto. Con James Blake presente non solo al missaggio ma anche come produttore addizionale e alle tastiere (in un paio di pezzi), ma anche Anohni, Prurient, Kelsey Lu e Eli Keszler a prestare le proprie voci (idee e strumentazione) e lo stesso musicista a cantare in più di un’occasione, si è passati dalle sanguinolente preghiere davanti al tabernacolo di G.O.D (ricordate No Good?) a qualcosa di più rotondo e sentimentale, qualcosa che potrebbe ricordare (l’ologramma di) Peter Gabriel, e pensiamo a quello migliore, sul crinale tra modernismi, precisione e sentimento (Black Snow, Babylon).

A scanso di equivoci, qui tutte le voci sono trattate con l’autotune, e questa estetica da camice bianco che emerge qui e lì ci riporta ancora una volta allo Zappa degli 80s versione Synclavier e alle ovvie convergenze parallele con il – solito, nonché amico del Nostro – James Ferraro. Ferraro è l’altro maître à penser della Age Of che siamo vivendo attraverso le nostre sinapsi sovraccariche di cristalli liquidi e schermi traslucidi. Entrambi, sulla falsariga di Aphex Twin, hanno coltivato quest’aura da compositori del loro/nostro tempo, eppure differentemente dall’autore di Far Side Virtual che negli anni s’è fatto un po’ didascalico e “spiegato”, Lopatin ha conservato e anzi coltivato il lato misterico, onirico e magico della propria cifra stilistica, impronta che – come diceva lui stesso – è ampiamente codificata eppur qui così viva e rinnovata, aperta all’ignoto e pronta a entrare nella cabina del telefono ed esplorare gli angoli più reconditi dello spazio.

Age Of mette in pratica quest’idea di new age di oggi, dove il new è stato consumato talmente velocemente da non poter più esistere, ed è stato eliso, e dove il post(moderno) è altrettanto spinto ai limiti e quindi risucchiato. Dunque questa è l’età del… “macbook”, come ironicamente suggerirebbe la “folkloristica” copertina, ma più sottilmente questa è l’età di tutte le possibili combinazioni di tempo, spazio e pensiero all’unisono; e ciò che rimane, al netto di tutte le rappresentazioni concettuali, è una bella fanfara che ha solennità dei funerali siciliani ma possiede la trasparenza e l’aerodinamica delle installazioni di Edoardo Tresoldi e i tagli di Fontana sotto forma di glitch e de-tuning. Da parte sua Lopatin vede questo disco come un 2001 Odissea Nello Spazio “rovesciato” e popolato da AL9000 alla fine dell’universo talmente annoiati da voler soltanto sentirsi un po’ stupidi, proprio come noi umani, mentre il nome dell’installazione che lo accompagna ci dà altri indizi ancora sul portato generale dell’opera: Myriad è l’acronimo di My Record = Internet Addiction Disorder ma sta anche per My Riad, la mia casa.

E ancora la copertina, un quadro di Jim Shaw, The Great Whatsit, il cui titolo fa riferimento al classico noir Kiss Me Deadly e allude a una presunta, nebulosa (e devastante) minaccia che ossessiona la vita di un singolo fino ad estendersi ad un’intera nazione. E non ultimo l’artwork a cura di David Rudnick, con i suoi caratteri futur-gotici che si estendono dalla plastica del CD fino a vere e proprie carte da gioco sfuse allegate alla sua promozione caratterizzate da strani gnomi, troll e creature antropomorfe, tutte evidenze dell’altro messaggio recondito: lo star vivendo un periodo liminare tra medioevo e rinascimento, tutto al digitale. Un concetto lasciato intendere dallo stesso Lopatin quando, di recente, descrisse l’amico artista post-internettiano Jon Rafman come il “Rabelais della nostra era”, quando Rabelais è uno dei più importanti e peculiari protagonisti del rinascimento francese e Pantagruel e Gargantua il suo lascito più noto, una parodia sia dell’ascetismo medioevale ma anche di tutti i generi “alti” di ogni ordine, epoca e grado. Pantagruelica e gargantuesca, bassa per natura e perciò anti-rinascimentale, fatta di eccessi, iperboli e paradossi, è fatta tanto la sua letteratura quanto, mutatis mutandis, il mondo e il folkloristico popolo di internet (e va da sé che le rappresentazioni del Pantagruel hanno ispirato Rudnick nel disegnare le sopracitate carte da gioco).

Tornando alla musica, quello di Age Of è in sostanza l’Oneohtrix Point Never più ricco, complesso ma anche più potabile di sempre, e questo anche grazie a quel cherubino di Blake. E’ il disco che più lo distanzia dagli anni noise condivisi con l’amico Prurient in cui a produrre i suoi dischi c’erano Carlos Giffoni, Mike Pollard e i tipi della NNA Tapes. Soltanto negli anni che lo separano dal precedente Garden Of Delete (GOD per gli amici) Lopatin è passato da essere uno dei più monitorati artisti della sua label (Warp) ad artista a tutto campo richiesto tanto da registi quanto da icone del rock. Lo scorso anno al Festival di Cannes si è portato a casa il premio per la migliore colonna sonora con il crime drama Good Time con tanto di Iggy Pop featurer in quella piccola gemma chiamata The Pure And The Damned, ed è comparso nei crediti di American Utopia, ultimo album di David Byrne. Giunto a questo punto avrebbe potuto anche compiere il classico passo falso con il disco “pop” (che pop non è) inframezzato da trovate eccentriche e remix di cose già fatte. Nulla di più errato, questa è un’opera di “folklore internet” che va in mille direzioni ma risulta terribilmente coesa. Un disco ispirato, immaginifico, colorato e incontenibilmente vivo (Toys 2 – ad esempio – è ispirato ai cartoon della Pixar e funziona come immaginario sequel dell’omonimo film con protagonista Robin Williams). Chi l’ha detto at The End Of The Universe si smette di sognare?

31 Maggio 2018
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