Recensioni

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Diaspore, migrazioni e abbattimento delle barriere territoriali caratterizzano i nostri tempi, effetto attuale della globalizzazione. Il sociologo Bauman ha definito la nostra epoca “modernità liquida”, e il progetto musicale Ozmotic la traduce in suoni. Liquid Times, l’ultimo album, fa seguito all’ottimo Air Effect e mostra Stanislao Lesnoj e SmZ (accompagnati da Christian Fennesz) ancora una volta alle prese con l’ibridazione di generi, arti e discipline come filosofia, videoarte, soundscape, architettura, performance e scienze sociali.

Per farlo i due musicisti di stanza a Torino si servono non solo di software digitali e campionatori, ma anche di antichi strumenti acustici rielaborati, pescati dal passato o da culture differenti e inseriti in uno spazio ambient, IDM, noise e techno. Ritroviamo i field recording che abbiamo lasciato in Air Effect ma, in parallelo, col sostrato sociale e concettuale del lavoro, gli stessi si fanno espressione del caos delle migrazioni. In apertura, con Storm, ascoltiamo uno sciame di api, simbolo per eccellenza degli spostamenti. Poi ci sono gocce d’acqua che si infrangono contro droni e distorsioni glitch in AB, ma anche gli inquietanti vagoni che incalzano, insieme a carrelli industriali, la title track e fanno da sfondo, nella parte finale, a melodici fiati orientali, sintesi di un percorso che mette insieme influenze differenti. Integrazione culturale che risulta interessante anche in Techne: Stanislao ripropone il suo sax soprano tra ipnotiche distorsioni, accenni hi-tech e una ritmica ambient-techno. Vengono in mente Donato Dozzy e Neel, soprattutto quando, in Q, la cassa guadagna maggiore spazio. Se guardiamo all’estero, da citare c’è senz’altro Actress e soprattutto Shackleton. Il misurato tocco jazz degli Ozmotic – timidi e soffusi accenni nei piatti – torna in Percont, ma a dominare sono i glitch accelerati, le registrazioni sul campo riportate in ipnotici striduli, i beat spezzati. Il cerchio si chiude con Tempeste Reverse, in pratica – come indica anche il titolo – l’apertura dell’album proposta dalla fine all’inizio. Ad indicare un lungo cammino migratorio tra paesaggi, culture, visioni, terrore e serenità, una tempesta che trova la sua quiete ma sembra sempre ricominciare. Ritratto delle tribolazioni dell’epoca moderna.

Gli Ozmotic continuano lungo un sentiero di sperimentazione musicale e intellettuale. La commistione tra sonorizzazione digitale ed elementi acustici capaci di costruire fredde melodie, fa guadagnare ancora una volta fascino alla loro musica.

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