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Ho letto M Train tutto d’un fiato, trovando rifugio all’ombra di un platano durante una caldissima giornata di primavera. Il viaggio, lessicale e psicologico, che le 237 pagine di quel libro mi hanno fatto vivere, ha contribuito a formare davanti ai miei occhi la figura di Patti Smith come di un corpo composto all’ 80% di parole. Il resto è acqua, freddissima, e suono. A pagina 215 di M Train, scritto nel 2015, la Smith visita la tomba di Jean Genet, presenza poetica e umana costante nel libro, nel cimitero cristiano di Larache, vecchio porto di pescherecci che si staglia su antiche rovine fenicie. «Ho detto le parole che volevo dire, poi ho versato l’acqua per terra e ho scavato a fondo per infilare i sassi», scrive la Smith ricordando quel momento, e il profumo del mare salato, sembra rivestire anche la carta spessa della mia edizione Bompiani.

Di momenti così, nel libro, ce ne sono tantissimi, forse quello è il mio preferito, assieme all’immagine sacra di Patti Smith che ogni mattina, al Café ‘Ino di New York , ordina pane integrale tostato, un piattino di olio d’oliva e caffè nero. Le nove del mattino, la prima cliente mentre ancora la città si sta svegliando. È spesso, o sempre, una questione di spirito e poesia con Patti Smith. Lo è nei suoi scritti, lo è nei suoi dischi. La dimensione dei ricordi e delle impressioni, lasciate nella nostalgia di uno sguardo o nella pellicola Kodak, bilancia la mappa su cui nasce anche Peradam, ultima fatica della Smith e dei Soundwalk Collective (Stephan Crasneanscki, Simone Merli e Kamran Sadeghi); giunti alla terza parte del trittico sonoro dedicato alla poesia francese, dopo aver sondato l’universo di Artaud e Rimbaud, il collettivo si concentra sull’opera di Renè Daumal, poeta e filosofo francese scomparso a 36 anni, ispirandosi nello specifico all’opera Mount Analogue: A Novel Of Symbolically Authentic Non-Euclidean Adventures In Mountain Climbing, che introduce l’idea del peradam, una pietra cristallina che contiene verità profonde, rivelate solo a chi vive un sincero sentiero spirituale. La metafora usata per l’esplorazione interna del sé viene usata dai Nostri per cercare nuove opportunità di comunicazione con il pubblico.

Nel disco il lavoro svolto sui field recordings dei venti himalayani si combina allo spoken word della cantautrice, mai così intrigante e fascinoso, arrivando a dar forma a una sorta di psicogeografia musicale in cui l’essenza del viaggio scandisce ogni istante. Peradam ti tira dentro, ti prende, ti porta con sé e alla fine ti interroga su ciò che sia realmente successo. In mezzo a osservazioni, scorci, profumi, il vento continua a soffiare intorno al massiccio del Nanda Devi, sacro agli indù, nonché fulcro del percorso artistico su cui si fonda il disco.

E Peradam si apre proprio con Nanda Devi, un grido avvolgente dei venti himalayani, prima che la voce della Smith apra a un battito di percussioni antiche anticipando così la sfida del viaggio nel ritmo viscerale della title track, in cui il turbinio della divina lamentazione sembra lasciare un avvertimento: le parole dicono una cosa e la voce un’altra. Io sono la montagna, tu sei la gravità, sentenzia la Smith prima di lasciarsi cadere in un gemito singhiozzante. Se Knowledge of the Self si lascia avvolgere dal sitar di Anoushka Shankar, muovendosi lenta nel sussurrare leggero «Niente qui esiste separatamente / colui che vede le cose come separate / va dalla morte alla morte», Dawn in Rishikesh è intriso di un canto di uccelli e Spiritual Death si fa materia carnale e metallica nell’ecosistema sonoro di una terra lontana con il taglio della legna. Tonalmente si può avvicinare alle recenti imprese di un’opera come Songs from the Bardo di Laurie Anderson – con la stessa partecipazione di Tenzin Choegyal, che si destreggia qui con batteria tibetana, campane, dramyin e damaru. Le impostazioni del suono e il tono e la voce seducenti di Smith trascendono ogni senso di facile omelia, offrendo esperienze e mai lezioni. La voce della Smith, intessuta con quella di Charlotte Gainsbourg in The Four Cardinal Times o da sola contro un nido contorto di droni analogici quasi jaariani in Rat, diviene la risposta poetica a Daumal, in un avvicendarsi romantico e naturale che segna il passaggio dal sole alla grande mezzanotte, che veglia su tutti noi, osservandoci così come fa la melodia dinamica e organica di quella che potrebbe presentarsi come unica performance canora.

Se Peradam ha un difetto, è quello di avanzare rivelazioni sicure sulla natura dell’umanità, con affermazioni radicali che dipingono una visione spesso molto negativa di chi condivide la stessa terra con la signora Smith. Ma capiamo la natura di una poesia solenne e provocatoria, figlia di uno scontro fra suoni ambientali (le onde del Gange, i venti dell’Himalaya) e costruzioni elettriche. Non si rischia invece la monotonia, seppur in presenza di composizioni che spesso si attaccano a una singola serie di suoni, come il sitar o le campane. Quarantasei anni dopo Piss Factory, la Smith si riconferma padrona di uno spoken word regale e incantatorio per un diario di viaggio immersivo e selvaggio, pienamente a suo agio nel ruolo di interprete impegnata, predicatrice talentuosa e avant-garde.

Non fidatevi di chi vi dirà che questo è un disco difficile. La poesia è di tutti.

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