• nov
    01
    2004

Classic

Domino

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Go back to those gold soundz…

Quali i Pavement migliori? L’istintualità selvaggia, il vandalismo musicale e la lasciva approssimazione di Slanted & Enchanted (1992) o la splendida (im)perfezione pop di Crooked Rain, Crooked Rain (1994)? A più di dieci anni dall’uscita di questi dischi e a cinque dallo scioglimento del gruppo, questa controversia resta eterno oggetto di discussione da parte di appassionati e critica: se per la sua carica eversiva e la sua collocazione temporale (a cavallo della rivoluzione grunge e dell’esplosione mondiale dell’indie rock) l’opera prima del quintetto di Stockton è una pietra miliare dello scorso decennio (qualche dubbio in proposito?), tuttavia il successore rappresenta a sua volta quell’indispensabile salto di qualità che ha reso i Pavement qualcosa di più – diremmo, di più “alto” – del bislacco fenomeno lo-fi per cui pubblico alternativo e stampa specializzata avevano perso la testa un paio di anni prima.

Lasciata – volutamente – aperta la questione, Crooked Rain segna senz’altro una tappa obbligata nel percorso della band californiana, uno snodo cruciale del loro cammino, la pietra angolare su cui poggerà l’intera carriera a venire. Anzitutto, con questo disco i Pavement rinunciano a quell’impostazione sperimentale e aleatoria che aveva caratterizzato la loro prima fase (mirabilmente espressa dalla raccolta Westing – For Musket and Sextant) in favore di un canonico assetto “rock”, complici l’estromissione della scheggia impazzita Gary Young, il conseguente arruolamento del drummer “professionista” Steve West e l’adozione di procedure di studio più ortodosse. Detto altrimenti, i Pavement diventano un “vero” gruppo, anche se la loro attitudine resterà squisitamente, irresistibilmente amatoriale; una normalizzazione per certi versi necessaria, che porterà Stephen Malkmus e soci allo svolgimento e compimento della loro parabola.

In questo contesto, Crooked Rain diventa un meraviglioso anello di congiunzione tra passato e futuro, un eterno presente fatto di “suoni dorati”, in cui le deliziose incompiutezze dell’esordio vengono sublimate in una scrittura perfetta, debitrice tanto dell’indie ’80 (R.e.m., Dinosaur Jr, Pixies) quanto di classici come Velvet Underground e Neil Young (ripassati attraverso la lezione art-freak di Fall e dello Zappa più demenziale), ancora servita da una verve e un’ispirazione lontana dalla maniera – seppur di lusso – degli ultimi Brighten The Corners (1997) e Terror Twilight (1999). Ogni singolo brano meriterebbe una trattazione a parte, dall’irresistibile uno-due Silent Kid / Elevate Me Later (inni college-rock definitivi) alla hit alternative per eccellenza Cut Your Hair (che li portò nel circuito di MTV), attraverso l’indolenza di Heaven Is A Truck o le improvvise impennate di Stop Breathin’ e Newark Wilder, il pastiche jazz di 5-4= unity o l’epica jam corale Fillmore Jive, le scompostezze garage di Unfair e Hit The Plane Down (firmata Spiral Stairs) fino al genuino melodismo pop di Gold Sounds e Range Life (i cui ineffabili attacchi a Smashing Pumpkins e Stone Temple Pilots causeranno un ban da MTV). Nell’innata propensione alla melodia di Malkmus, nel suo peculiare stile compositivo e nel modo indescrivibilmente naturale in cui le sue intuizioni sono accompagnate e tradotte dai compagni (coretti sciocchi, bordate di rumore, stacchi improvvisi, ubriachezze blues) si cristallizza una calligrafia tra le più riconoscibili e imitate negli anni a venire (tra gli immediati epigoni, Grandaddy e i nostri Yuppie Flu). Come R.e.m. e Pixies prima di loro, i Pavement hanno infatti contribuito in maniera decisiva alla costruzione di un universo musicale parallelo, di una musica pop altra che riuscisse ad essere universale, ad andare al di là della stessa (limitante) etichetta di college rock. Nel definire i canoni dell’indie-pop, i Pavement hanno mostrato agli ascoltatori dei ’90 come il famigerato alternative non fosse soltanto grunge, hardcore o noise. Alternative possono essere anche i ghiribizzi chitarristici di Malkmus, le melodie trasversali, i siparietti naif, lo spirito amabilmente approssimativo e disincantato nei confronti della materia trattata, insomma, quella cazzonaggine illuminata che solo quei cinque – improbabili – musicisti avevano. I Pavement sono riusciti, forse senza neanche volerlo, ad essere i Beatles del loro universo.

Chiuso il sipario sulla band da ormai un lustro, non resta che celebrare i bei tempi che furono. Ad oggi, la Matador si è distinta per l’eccezionale qualità delle edizioni speciali finora pubblicate: dopo il monumentale doppio DVD Slow Century – una vera benedizione per appassionati e non – e l’altrettanto prestigiosa reissue Slanted & Enchanted Luxe & Reduxe, adesso è la volta di questo Crooked RainL.A.’s Desert Origins che, sulla falsariga del precedente, raccoglie la bellezza di 37 inediti tra b sides, versioni demo, unreleased e session radiofoniche del periodo ’93-’94. In mezzo a cotanta messe, meritano particolare menzione i provini con Gary Young (più per curiosità “storica” e gusto della congettura, nonostante una Flux=Rad fenomenale) e alcune perle sparse, come il bel tributo ai R.e.m. di Camera (cui fa eco l’ode esplicita in Unseen Power Of The Picket Fence), l’inedita All My Friends (che non avrebbe affatto sfigurato su disco), il Lou Reed acustico di Same ways of saying (doppiato da una Fucking Righteous che puzza di White Light / White Heat) e alcune versioni rigorosamente in progress di materiale che confluirà in Wowee Zowee (niente di trascendentale, in verità); a parte l’indubitabile prova di quanto il 1993 sia stato un anno incredibilmente prolifico per Malkmus & friends, resta un po’ la sensazione di barile raschiato, specie se si paragona la qualità di questi inediti a quelli pubblicati in precedenza. In ogni caso, i fan ringraziano sentitamente.

5 dicembre 2004
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Pavement

Crooked Rain, Crooked Rain / L.A.’s Desert Origins

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