Recensioni

L’interesse che certa musica indie ha mostrato per le sonorità africane negli ultimi anni ha dato vita a progetti interessanti fondati su un melting pot di influenze che va dall’approccio world music di stampo Talking Heads al soul, all’indie-rock, all’elettronica, con un occhio di riguardo per il pop. Citiamo gruppi come gli Alt-J, che in Italia hanno un seguito che inizia ad essere significativo, ma ancor di più esperimenti come i Glass Animals, Febueder e, soprattutto Owiny Sigoma Band, realtà che in terra nostrana non hanno catalizzato l’attenzione ma all’estero hanno attratto addetti ai lavori e ascoltatori. È sotto questa luce che va compreso il fenomeno Petite Noir, moniker dietro al quale si nasconde Yannick Ilunga. Il ragazzo parte da lontano, sia geograficamente (Sud Africa) che musicalmente, con progetti che svariano dal metal alla chillwave. Ilunga ha dato vita alla carriera di Petite Noir con l’EP The King Of Anxiety, dove dà dimostrazione del suo gusto musicale e delle sue capacità di songwriter.
Il vero passaggio significativo però arriva con La Vie Est Belle/Life Is Beautiful, un disco che lo stesso Ilunga ha definito noirwave. Effettivamente si parte con una Intro Noirwave che prima di sfociare in una poliritmia africana su incedere jazz, viene introdotta da una voce che ripete “Life is beautiful” e sembra quasi venire da qualche disco dei Cabaret Voltaire. Best mette in luce uno degli aspetti già evidenziati in precedenza nella nostra recensione dell’EP The King Of Anxiety: la sorprendente somiglianza della voce di Petite Noir con quella di Kele dei Bloc Party. Quello che però salta all’orecchio ascoltando l’album è la capacità di fondere al meglio ritmiche e atmosfere centrafricane con elementi presi da svariati generi: su Freedom ci sono chitarre post-punk, mentre Seventeen (Stay) sorvola l’R&B con un piglio sperimentale e Just Breath ha un retrogusto a metà tra Apparat e Depeche Mode. Un’altra peculiarità interessante è che Ilunga preferisce l’elettronica come tappeto, ma le fa prendere il sopravvento nella title-track (in cui c’è un featuring con Baloji).
Così La Vie Est Belle/Life Is Beautiful scorre tranquillamente verso una seconda metà in cui il dinamismo dei brani rimane il perno su cui far ruotare il tutto; a cambiare, più che altro, sono le sfumature che spaziano dal trip-hop (Inside) ai brani ritmici, che sono forse le parti che regalano un maggiore impatto immediato (il trittico Mor, Colour e Down). L’opera di Petite Noir è la dimostrazione delle capacità di Yannick Ilunga: da quelle di scrittura a quelle di arrangiamento, passando per l’eclettismo della sua voce e la varietà di sound e influenze. La Vie Est Belle/Life Is Beautiful è un disco post-coloniale ma talmente ben assimilato dalla musica occidentale che non sembra scritto da un sudafricano. La crescita di Petite Noir, costante nel tempo, ha portato il ragazzo ad una maturità che premia le sue scelte; l’unica pecca rimangono i testi, che non graffiano come la musica.
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