Recensioni

7

L’esordio Abandon aveva colpito per quel concentrato di disagio portato all’estremo, soprattutto vista la provenienza: una poco più che ventenne Margaret Chardiet in arte Pharmakon, carina, biondina, un po’ femme fatale, come possono essere le ventenni d’oggi, un po’ ninfetta maudit; di sicuro, non l’efferata noise-maker che quel disco ci faceva conoscere, nonostante trafficasse da tempo con l’underground harsh-noise newyorchese: mai ci saremmo aspettati quella colata lavica di malessere e disturbo.

Ora la nostra eroina torna a far parlare di sé con un comeback sempre su Sacred Bones e addirittura un tour ad aprire per gli Swans di Michael Gira, uno che col disagio ha molto a che vedere. E come nell’esordio è la densità delle musiche di Pharmakon a farsi apprezzare, così come l’impianto strutturale che sta dietro il concepimento di Bestial Burden. Un urgente ricovero ospedaliero per una operazione importante diventa, nell’ottica distorta della sua autrice, l’opportunità per una indagine sul rapporto tra corpo e mente e sulla scissione tra il primo e la seconda. Con certe premesse, è naturale che, come la cover art illustra sapientemente, l’album divenga l’occasione per una auto-dissezione che metta in atto quella lotta, quello scontro tra due entità separate e conflittuali, pur nella appartenenza al medesimo essere. Una sorta di yin/yang interiore ad ogni essere umano che nelle (d)evoluzioni mentali della Chardiet si trasforma in una opprimente e putrescente landa industrial percorsa da fremiti, battiti, increspature e nervature che vanno a ricostituire quel complesso sistema appena sotto l’epidermide, per ri-creare il conflitto di cui sopra in forme se possibile ancor più ansiogene che nel citato esordio.

Il tutto a furia di bordate noise in modalità groovey rotte dal selvaggio stridio della voce di Pharmakon, come nella lunga, estenuante, Intent Or Istinct o nell’harsh sottocutaneo di Body Betrays Itself (nomen omen di ciò che si diceva sopra), nel pulsare ritmico di Autoimmune o nello strisciare convulsivo della conclusiva title track. Non si ama né si odia, Pharmakon: la si ammira per quella iconoclasta capacità di porre sul piatto il malessere, quello vero.

Voti
Amazon

Le più lette