Recensioni

Quando è stato pubblicato – lo scorso gennaio – non ci abbiamo fatto caso. Colpa nostra, però va detto che non è facile prendere atto di ogni titolo in un mercato discografico tanto smagrito nelle risorse quanto affollato di uscite. Del resto ci eravamo perduti anche il predecessore, quel No One But Us che nel 2010 segnò il debutto dei Pipers. All’epoca il trio napoletano già dimostrava un’attitudine indie pop ben strutturata, che difatti non mancò di meritarsi plausi e attenzione in giro per l’Europa, nonché il ruolo di opening band per calibri come Charlatans, Turin Brakes e Ian Brown.
Il qui presente Juliet Grove prende il titolo da una via di Wolverhampton, città dove i Nostri hanno soggiornato per le incisioni sotto la supervisione del producer Gavin Monaghan (Editors, Ocean Colour Scene, Paolo Nutini), che ha smistato gli ingredienti (oltre le chitarre ci sono pianoforte, violini, mellotron, armonica, vibrafono…) ottenendo una trama sonora assieme accorta e generosa. Il risultato è già apprezzabile per gli standard british, ma diventa notevole se proiettato sullo scenario nostrano.
E non perché i tre ragazzi s’inventino chissà cosa, ma per la naturalezza con cui sciorinano ballate morbide o intriganti, denunciando ascendenze dreamy che nobilitano l’approccio NAM (il languore ricercato Left Banke di Just A Lie, i miraggi Mojave 3/Clientele di Ask Me For A Cigarette), senza però disdegnare aperture emotive Elliott Smith (tra risvolti rag agrodolci di What I Mean To Say), digressioni cinematiche (le pennellate mariachi tra brume desertiche di Outside Your Back Door) e contagi 80s (gli Echo & The Bunnymen pastello di You & Me, il ritornello quasi Level 42 di Something Wrong). Soprattutto, sembrano riempirle di qualcosa di sentito, di vivo. Indie pop sì, ma col piglio di chi ci si aggrappa come ad una componente essenziale dello stare al mondo. Questo, più di tutto il resto, fa la differenza.
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