Recensioni

7.2

Quello avviato da Janine Roston nel 2004 con l’alias Planningtorock è un percorso in cui arte e vita si incrociano e si fondono, diventando sempre più una cosa sola: se la scelta di affidare la propria voce all’effetto dell’autotune ha sempre rappresentato, come l’artista ha esplicitamente espresso più di una volta, una prima maniera di evitare le (e insieme di prendersi gioco delle) catalogazioni di genere, nel tempo questo rifiuto di identificarsi pienamente l’ha portata a cambiare il proprio nome di battesimo nel più neutro Jam Roston e infine verso pratiche mediche, come l’assunzione di testosterone, per modificare il proprio aspetto e la propria identità biografica e sessuale.

Tutte scelte confluite anche nella musica: la ritroviamo per questo quarto album sotto l’egida della newyorchese DFA (con cui aveva già collaborato ai tempi del sophomore solista W) e in compagnia di vecchi compagni come Olof Dreijer, metà dei The Knife (e, insieme appunto alla stessa Janine/Jam, ad Andrew Butler e anche Antony/ANOHNI, tra i rappresentanti della scena dance più queer-oriented), ma con una veste piuttosto differente rispetto al passato. Non si arriva alla metamorfosi trap preannunciata in alcune dichiarazioni e l’attitudine più emotiva e privata, che va a sostituire gli slogan (spesso decisamente riusciti) e l’aggressività politica del passato, si realizza tramite una sapiente alternanza di momenti più funky ed altri più rilassati e confidenziali (fin troppo confidenziali, nel caso di una Piece of My Mind con addirittura gli archi): tra i primi spiccano la versione arcobaleno del Jamie Lidell più acido offerta nella spasticissima Non Binary Femme, la jam tra Ross From Friends e gli amiconi Hercules & Love Affair nella grassa e rimbalzante Somethings More Painful Than Others, la nostalgia house di una Beulah Loves Dancing che mette in contatto il giocoso Errorsmith del recente esordio con i pionieri Dream 2 Science, mentre tra i secondi vanno sicuramente sottolineati il sensualissimo r’n’b di Much to Touch (con il già citato Dreijer), le dilatazioni sintetiche ed estreme di una Jam of Finland particolarmente esplicativa nei testi, il quasi tributo ad Arthur Russell della toccante ballata minimalista Dear Brother e ovviamente la title track, commovente omaggio alla madre in chiave eighties, memorabile già al primo ascolto.

Meno immediato e potente dei suoi predecessori, Powerhouse è il disco con cui Planningtorock si svela maggiormente, affrontando con grande sincerità e con grande coraggio nuove strade: come se volesse dirci che soltanto rimettendosi in gioco ci si può avvicinare a una maggiore conoscenza di sé.

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