Recensioni

Ammetto che una sbandata come quella che presi all’epoca per il full length targato Viet Cong davvero non mi capitava da tempo. Tra le tante band di indie-art-rock-post-wave eccone una che riusciva finalmente ad agganciare il verbo post-punk in modo personale e contemporaneo con l’urgenza che dovrebbe sempre avere il miglior rock – una bella notizia davvero. Poi sono arrivate la diatriba del cambio di nome in Preoccupations e un altro disco omonimo – ovviamente con il moniker nuovo – che ha aggiunto nuovi tasselli (gli undici minuti di Memory in particolare) confermando la sostanza del gruppo. A completare l’ideale progressione del quartetto, New Material (che fantasia per i titoli, mamma mia!) dovrebbe coincidere con la piena maturità espressiva di Matt Flegel e compagni. Qualche volta i vecchi cliché valgono ancora (qualche volta, solo qualche volta).
Dopo gli indimenticati trascorsi come Women di Matt Flegel e Mike Wallace e le vicissitudini della nuova creatura, i quattro (gli altri due sono sempre Scott Munro e Daniel Christiansen) hanno acquisito una cifra stilistica molto precisa: solido post-punk che il songwriting e la scelta dei suoni riescono ad arricchire con melodie che grondano intensità e pathos, e una sorta di teatrale e avvincente minimalismo, insito nelle ritmiche ossessive come nelle soluzioni di arrangiamento che ai suoni rock intrecciano scorie elettroniche e industriali. Espionage è un biglietto da visita perfetto di questo approccio, con il pattern secco di batteria-drum-machine memore dei Joy Division che pressa le evoluzioni sincopate di un rock nervoso e robotico. Parliamo dei Joy Division ma potremmo citare anche i Gang of Four o i Killing Joke calati in un contesto che non è più (e non è mai stato) mero revival. Lo stesso vale per i Cure, riferimento più chiaro di Disarray e di Doubt (che con le tastiere elettroniche evoca immediatamente il mood di un disco come Faith). Espionage e Disarray sono i brani più avvincenti, quelli che fanno scattare subito un clic all’ascolto, insieme a Solace, splendida con i suoi arpeggi tranchants e avvolgenti allo stesso tempo, un po’ Keith Levene e un po’ Johnny Marr, e i suoi strappi rabbiosi. Ma il programma è molto più vario del solo post-punk; entrano in gioco tanto la psichedelia tra noise e post-rock della conclusiva Compliance che una black music anodizzata in chiave sempre wave, nel funk di Antidote (più Bowie berlinese che James Brown) e pure in un pezzo a tinte bluesy come Manipulation – o Decompose, che ricorda non so come la melodia di un vecchio pezzo dei Cream (la memoria musicale ogni tanto va per conto suo e crea dei cortocircuiti imprevedibili) ma ha una texture che, per chi segue la band canadese, è decisamente familiare, a partire dal solito ritmo ostinato.
Va notata oltretutto la concisione (ci sono pezzi più forti di altri sì, ma nessuno davvero debole) in questo terzo lavoro – diciamo così – che sancisce la famigerata maturità di cui si parlava all’inizio. Manca ai Preoccupations solo di spiccare il salto con il capolavoro, e chissà che questo prima o poi non arrivi davvero (una cosa è certa però, i Preoccupations, ex Viet Cong, hanno molta più fantasia per la musica che per i titoli degli album. Per fortuna…).
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