Viet Cong (CA)

Biografia

Nati dalla dissoluzione degli Women, i Viet Cong ne sono filiazione diretta, sia per il fatto di avere in formazione la sezione ritmica formata dal bassista Matt Flegel e dal batterista Mike Wallace – che costituiscono il quartetto coi due nuovi chitarristi, Scott Munro e Danny Christiansen, reclutati nel giro canadese di Chad VanGaalen – sia per portare avanti quel discorso arty post-punk eterogeneo, multicolore e chitarroso che molti cuori aveva spezzato all’epoca dell’esordio omonimo e del comeback, Public Strain.

La morte improvvisa di Chris Reimer, chitarrista e voce degli Women, acuisce le tensioni di un ultimo periodo della band già di per sé piuttosto teso che porta la sezione ritmica a tornarsene a Calgary a metà tour e a prendersi un periodo di riflessione. L’incontro con i citati chitarristi Scott Munro e Danny Christiansen permette a Flegel e Wallace di ricominciare a provare quell’abbozzo di band che sarebbe diventata di lì a poco i Viet Cong. Nome battagliero e piglio arty ancor più evidente rispetto a quella che era la band madre, i Viet Cong cominciano a calcare i palchi della natia Calgary proponendo quello che diventerà il loro mini d’esordio, Cassette: nome dapprima atto ad indicare il nastro distribuito ai live, come nella miglior tradizione d’antan, e poi titolo della ristampa (o stampa, a questo punto cambia poco) voluta fortemente dalla Mexican Summer.

Cassette, pur nella sua brevità ed eterogeneità, espone al mondo il “labyrinthine post-punk” del neo-quartetto, che tradotto in soldoni sta a significare una specie di garage-rock mai aggressivo, piuttosto screziato e dalle forti tinte visionarie, nel suo centrifugare psichedelia docile, neo-garage sixties oriented alla Thee Oh Sees/Ty Segall, echi velvetiani al confine tra melodia e rumore, rimasugli chitarristici in stile Television e una buona dose di coraggio, come dimostrano il techno-rock bluesy à la Young Gods di Structureless Designuna cover energica di Dark Entries dei Bauhaus. «Garanzia di spessore, bel tiro chitarristico, invenzione e fantasia, sagacia compositiva» si dice in sede di recensione, per un bel lavoro preparatorio all’atteso full-length.

Full-length che non si fa attendere, dato che a stretto giro di posta Jagjaguwar dà alle stampe il self titled, in cui i quattro mettono ancor più a fuoco la propria materia musicale, staccandosi dall’eredità Women – atmosfere meno wavey e ondivaghe – e personalizzando una proposta più densa e corposa. Reiterazioni e ciclicità, incastri di chitarre libere e fluttuanti su un magma vagamente post-punk, ampiezza della tavolozza sonora che si risolve tra “scorribande acide e freak” , “psycho-wave jingle-jangle” ed “epica chitarristica” memore dei migliori Oneida.

Tra maggio e giugno 2015, la band è attesa al Primavera Sound e al nostrano Beaches Brew festival presso l’Hana-Bi di Ravenna.

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