• Apr
    03
    2020

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4AD

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Avete presente quei movimenti ondulatori che si percepiscono quando si passa tra le nuvole in aereo? Ecco, la musica dei Purity Ring mi ha sempre ricordato quella sensazione, impalpabili sussulti che accompagnano il volo in modo organico, quasi sinusoidale e mai brusco. I beat di Corin Roddick – da sempre influenzati dalle tecniche dell’HH strumentale, chopped and screwed in primis – sono tanto corposi quanto gommosi nel loro rimbalzare in modo scomposto e glitchato sulle melodie eteree e fanciullesche disegnate da Megan James. Proprio questa peculiarità stilistica aveva catturato le attenzioni degli addetti ai lavori tra la fine del 2011 e l’inizio di quel 2012 che, come spinta creativa ed intensità di uscite importanti, rimane l’anno più iconico dell’ultimo decennio.

Come succede con (quasi) tutti i progetti baciati fin da subito da un grande hype, anche i Purity Ring hanno faticato parecchio a bissare l’exploit iniziale, pubblicando un secondo album (Another Eternity) che suonava come una versione del debutto Shrines più anonima, plastificata e priva del sinistro alone di mistero che scorreva lungo tracce come le ancora oggi insuperate Belispeak e Fineshrine. Gli elementi in gioco erano i medesimi, mancava la magia. Purtroppo anche il terzo album WOMB (fondamentalmente autoprodotto dai due) soffre delle stesse problematiche e – pur non essendo necessariamente inferiore ad Another Eternity – bisogna constatare che presenta una pesante immobilità di fondo: come è possibile che in cinque anni le sonorità siano rimaste pressoché invariate? Dal 2015 (che era già un periodo di declino/saturazione per un certo tipo di art/synth/electro pop) ad oggi è cambiato tutto, eppure il duo canadese non sposta quasi di una virgola la propria proposta (semmai la smussa), rimanendo in una comfort zone che oggi suona molto meno allettante rispetto a nove anni fa. Questa immobilità ha certamente il suo risvolto positivo: anche senza eccedere in sperimentazioni o senza uscire dai binari della pop music, in soli due album i Nostri sono riusciti a creare una formula altamente distintiva. Si prendano i primi trenta secondi dell’iniziale rubyinsides, a chi potrebbero appartenere se non ai Purity Ring?

Sospese in questo limbo di piacevole incompiutezza, le dieci tracce dell’album scorrono con il pilota automatico senza lasciare troppo il segno. Le piccole variazioni sul tema non aggiungono valore: l’introduzione con voce in pitch down estremo via autotune (sembra quasi di sentire Porches) di Pink Lightning è fine a sé stessa mentre il pre-chorus di I Like The Devil è un momento piano+voce di banalità EDM. Altrove si scorgono potenziali B-sides dei tempo d’oro che non vanno oltre alla semplice nostalgia (Femia, Peacefall) e singoli ben confezionati ma minori (Stardew, con retrogusti che inseguono quelle aperture vocal trance che l’ultima Grimes ha riportato in auge). La parabola dei Purity Ring, più che quella di Grimes (il personaggio ha ormai prevaricato la musica), è più simile a quella dei CHVRCHES, seduti su un repeat sempre più annacquato dello stesso format.

Senza la coltre oscura che tinteggiava il memorabile esordio Shrines (parzialmente ancora legato alle derive post-witch house e alle estetiche via-Tri Angle dei primi anni Dieci), Megan e Cory non vanno oltre una semplice raccolta di canzoni che tendono a condensare in modo tanto confortevole quanto innocuo tutti gli aspetti del proprio sound.

2 Aprile 2020
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