• Mag
    04
    2018

Album

Interscope Records

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Dei possibili sviluppi trappari, capitolo Rae Sremmurd: i due fratellini, più di chiunque, sono il nome che sembra incarnare la possibilità di una maniera trap asservita a un pop smaccatamente melodico, capace di incorporare più o meno qualsiasi cosa abbia invaso il panorama dell’heavy rotation negli ultimi anni. I compiti sono rigidamente divisi: Swae Lee canta e Slim Jximmi rappa, mentre a fargli le basi c’è principalmente Mike Will Made It (insieme ad un casino di altra gente). 

Il terzo capitolo della loro prolifica e affollata discografia è anche il più ambizioso: SR3MM si compone di tre dischi nettamente distinti per premesse ed esiti. Se il modello di riferimento è ovviamente Speakerboxxx/The Love Below degli Outkast, l’esito rischiava di finire piuttosto dalle parti del prolisso Culture II firmato dai Migos questo stesso anno. In effetti, un po’ dappertutto è questa la critica che facilmente è mossa al duo: siamo al solito luogo comune per cui prendendo i pezzi migliori di ogni disco si sarebbe ottenuto un ipotetico capolavoro, mentre così la qualità risulta diluita in quasi 102 minuti di durata. Il che peraltro non è del tutto falso, ma va detto che nonostante qualche pezzo un po’ più fiacco della media non manchi (ed è quasi inevitabile), la qualità complessiva resta comunque abbondantemente sopra la sufficienza. La noia qua e là può anche fare capolino, ma mai nemmeno lontanamente come nel caso dei Migos. Le soluzioni stilistiche, le atmosfere e i riferimenti infatti mutano continuamente, e l’inedia di una scaletta grossomodo costantemente identica a sé stessa è subito fugata. 

Il primo disco è quello del tandem familiare, con i due fratelli che si dividono equamente la scena consegnando i singoli più potenti e sfruttando la formula più equilibrata. Se in passato ci avevano abituato ad una giocosa spensieratezza senza troppe paranoie, qui invece fanno capolino atmosfere più cupamente psichedeliche: Up in My Cocina si snoda sopra un synth da film horror e anche il cantato di Swae Lee sembra a tratti quasi dissonante, e Buckets a sua volta parte da dissonanti note alte di piano che danno al beat un’aura decisamente sinistra. Sulla stessa linea si muovono anche T’d Up, banger screziata da un synth nebbioso e stonato via via sempre più allucinato e ansiogeno, e Perplexing Pegasus. Quest’ultima in particolare, oltre al beat spettacolare, non è che segua un’evoluzione particolarmente sconvolgente nel corso del suo sviluppo, anzi. Ma pur rimanendo abbastanza “piatta”, non perde nulla della sua efficacia. A scompigliare un po’ le carte sul tavolo arrivano poi le chitarre tagliuzzate, filtrate e rimescolate in scorie arcade di Rock N Roll Hall of Fame (e siamo nuovamente in area Black Beatles) e la straniante 42, con una produzione 8-bit che pare filtrata da una ruvida patina lo-fi. Come detto, i momenti scialbi non mancano, ma sono pochi: CLOSE si incarta su un ritornello abbastanza fiacco, mentre Bedtime Stories è un bignami di tutti i motivi per cui The Weeknd ultimamente ha sfinito chiunque. Questi scivolini sono poi bilanciati da esiti grandiosi come Powerglide, sicuramente IL pezzo di tutti e tre i capitoli: omaggio ai Three 6 Mafia con ripresa di Side 2 Side (e infatti Juicy J compare) e ritornello appiccicosissimo.

Il secondo album è affidato alla prepuberale ugola di Swae Lee, quindi lancinante crooning a palate (e a patate) e melodie come se piovesse. La traccia simbolo è sicuramente Lost Angeles: basi perennemente inzuppate in una foschia di solare psichedelia, con synth super-spacey e riverberati, di volta in volta arricchita con trovate che stemperano la monotonia. Si tratta magari spesso di ricorsi a trend molto inflazionati: Heartbreak in Encino Hills è una ballata di annacquato funky melodico, poi ci sono il solito trionfo di flautini e zufoli vari (Heat of the Moment) e la festosa estate di pezzi come Guatemala, una dancehall abbastanza basica e senza troppi orpelli. La bontà melodica dei pezzi in cui queste soluzioni sono utilizzate fuga facilmente il rischio “stampino” comune a tanti omologhi, e il risultato complessivo è un discreto disco pop che intrattiene anestetizzando un poco. 

La terza manche appartiene a Slim Jximmi, ed è prevedibilmente quella più (t)rap del lavoro. Il piglio è più cattivo e le produzioni si confermano eclettiche il giusto: la scaletta è bipartita abbastanza mettamente: la prima sezione è molto più asciutta, vedi gli scarni beat di Player’s Club e Anti-Social Smokers Club in cui spesso la formula di base si limita al semplice trinomio drum-basso-poche note di piano o synth. Nella seconda parte invece la palette si arricchisce, con i sognanti incastri di languide chitarre in Changed Up, la lounge trap di Keep God First e i contrappunti tra organetti e basso massaggiante di Juggling Biddies. Anche qui qualche scivolone sembra inevitabile: in Chanel Pharrell Williams apre qualche parentesi evitabile (tipo quella strofa in falsetto a 3/4 del pezzo) e in generale il pezzo in questione non è che abbondi troppo di idee, e qualche altro riempitivo qua e là si poteva sicuramente tagliare. 

Se Autechre ed Eno con le rispettive raccolte sono la musica del NOW, i Rae Sremmurd sono forse più di chiunque la musica dell’Oggi mainstream. Il buon esito di quel preciso trend di torrenziali operazioni al confine tra trap e pop che, con un po’ di sana deficienza, si potrebbe anche battezzare “trop”.

22 Maggio 2018
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